Paolo di Tarso : La mente, dietro al braccio degli Evangelisti lunedì, Gen 15 2007 

Paolo, o meglio Shaul/Saulo di Tarso (Shaul/Saulo in origine), secondo la tradizione, nasce a Tarso, in Cilicia, tra il 5 e il 10 d.C. Paolo è una figura misteriosa e contradditoria: misteriosa perchè sappiamo ben poco di lui come figura storica, e contradditoria perchè viene descritto come il più grande apostolo di Gesù pur sapendo, ormai, che Gesù non voleva assolutamente aprire la sua ideologia ai gentili, cosa che Paolo fece in netto contrasto con il messianismo giudaico. Canonizzato come San Paolo Apostolo, è relegato a figura marginale nel complesso narrativo Evangelico, apparendo solo negli Atti e nelle Epistole, mascherato da Apostolo per vocazione, quasi a nascondere il suo reale ruolo di ideatore e fondatore del Cristianesimo. Sempre secondo la tradizione, dopo innumerevoli viaggi per il Medio Oriente, predicando la lieta novella del Signore, morì martire a Roma nel 67, dopo due anni di prigionia.

Della sua vita abbiamo pochi dettagli provenienti da fonti non attendibili o addirittura sconosciute, che ci sono state fornite soprattutto dai Padri della Chiesa. In particolare San Girolamo ci riferisce che i suoi genitori erano originari della piccola città di Gischala in Galilea, il padre era commerciante di tende e che essi si trasferirono con il piccolo, a Tarso quando i Romani conquistarono la città. Tarso era a quel tempo una città cosmopolita, dove vi era una fiorente comunità ebraica e, come disposto prima da Marco Antonio e successivamente dall’imperatore Augusto, i suoi abitanti avevano il diritto di ottenere cittadinanza romana. Saulo, come tutti i veri ebrei, ereditò il mestiere del padre, ovvero commerciare tende (probabilmente tende per le legioni romane o comunque per i ricchi patrizi), e fu probabilmente  questo, unito al fatto di essere anche un benestante e colto cittadino romano sempre in viaggio per lavoro, ad averlo messo in contatto con molti ambienti, sia ebraici che greco-romani, e che quindi lo abbia invischiato nelle questioni giudaico-messianiche. E’ quindi possibile che i suoi famosi viaggi non siano stati fatti per una vocazione messianica, ma che piuttosto Saulo abbia approfittato della circostanza per svolgere anche un suo personale progetto politico-religioso, e quindi prettamente teocratico visto che politica e religione, nel mondo semitico, erano legati in modo indissolubile. Una volta entrato in contatto con il messianismo-giudaico, Paolo divenne sempre più legato ad esso, essendo fondamentalmente ebreo, ma sempre mantenendo un certo distacco dalla controparte rivoluzionaria del movimento. Oltre ad essere ebreo era anche cittadino Romano, e questa sua dualità fu la causa di un evento inaspettato: Paolo decise di esportare le teologie messianiche, rielaborandole, al mondo dei gentili. Paolo capì che il moviemento giudaico-messianico sarebbe stato definitivamente distrutto se le cose fossero continuate con quella forte condotta nazionalista e con l’esplicita convinzione che quella teologia fosse destinata solo e soltanto agli Ebrei. Fu questa la vera conversione di Paolo, che iniziò a modificare la dottrina messianica, costruendo un Gesù divinizzato molto più in sintonia con i Soter Ellenici, proprio per poter proporre la dottrina messianica, a lui cara in quanto Ebreo, ai cittadini Romani, a lui cari in quanto mercante e cittadino Romano egli stesso. Gli stessi Atti degli Apostoli, pur essendo stati redatti per promulgare il suo nuovo neo-cristianesimo, finiscono per mostrarci il grave conflitto che era in atto tra la corrente giudaica e la sua corrente riformista aperta anche ai gentili.

Usando le parole di David Donnini “Paolo preferì offrire un’alternativa all’idea della salvezza nazional-religiosa (questa fu la sostanza reale della sua conversione) e si adoperò per creare un messianismo più convincente di quello che, pur solleticando l’orgoglio etnico, che è il tratto distintivo di ogni ebreo, metteva tutti quanti di fronte al timore (poi confermato dalle vicende della guerra degli anni 66-70) che i romani ricorressero alla soluzione definitiva e che Israele precipitasse nella più sventurata delle catastrofi”

Donnini continua spiegandoci che questa riforma di Paolo, ai danni del messianismo giudaico, ha portato alla nascita del Cristianesimo come lo vediamo oggi. Il Gesù divino, apolitico e pacifista, la colpevolezza degli Ebrei per la sua morte, l’eucarestia, la resurrezione, e via dicendo, sono tutte dottrine inserite da Paolo nella sua nuova catechese de-giudaizzante aperta ai Gentili. Difatti ogni cristiano crede fermamente nella tradizionale immagine evangelica di un Gesù che predica amore, pace, perdono, non violenza, e considerano la vicenda del processo, della condanna e della esecuzione romana mediante crocifissione come un clamoroso equivoco giudiziario, da cui Pilato, vittima dei raggiri dei sacerdoti del tempio, esce praticamente scagionato, e con lui tutti i romani. Quando leggiamo i Vangeli non abbiamo davanti agli occhi l’immagine storica di Gesù Cristo, bensì l’immagine costruita artificialmente dalla revisione paolina come base della catechesi neocristiana. I Vangeli sono il manifesto antimessianista che ci mostra, non le idee di Gesù, ma le idee di Paolo e dei suoi seguaci, ovverosia di colui che è stato fra i nemici più accaniti del Cristo storico e che non si è affatto convertito ma che, in un secondo tempo, ha convertito l’ideale di Cristo, appartenente al pensiero giudaico più radicale, in una filosofia extragiudaica.

Tornando a Paolo come figura storica, la sua stessa morte come martire è ormai diventata storicamente inaccettabile. Uno studio storiografico degli atti degli apostoli ha portato alla luce fatti molto interessanti ed ha permesso di ricostruire un quadro della vita di Paolo molto più attendibile, come descritto da questo estratto di Wikipedia:

Durante i suoi viaggi, Paolo di Tarso aveva fatto tappa nelle città di Filippi e Salonicco, in entrambe le località rimediando l’accusa di esercizio della magia da parte dei capi delle comunità ebraiche alle autorità romane, le quali non dettero seguito alla denuncia. Anche a Corinto, venne portato in giudizio da Sostene, capo della comunità israelita corinzia, per rispondere delle accuse di “religione non permessa”. Infatti i culti doveveno essere riconosciuti dai Romani per essere “legali” ed il suo neo-cristianesimo non rientrava in questa lista: dicevano infatti «Costui persuade la gente a rendere un culto a Dio in modo contrario alla legge» (At 18,13). Il proconsole Junio Anneo Gallio si rifiutò di procedere ritenendo che la giustizia romana non fosse interessata a questioni puramente religiose (At 18,12-17). Gli Atti aggiungono che il capo della sinagoga venne malmenato dal popolo che reclamava attenzione: «Allora tutti afferrarono Sòstene, capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale, ma Gallione non si curava affatto di tutto ciò.» (At 18,17). Forte della protezione delle leggi di Roma, Paolo era tornato a Gerusalemme nel 58 e, contro il parere dei capi della comunità cristiana, si era recato nel tempio ebraico per predicare, scatenando la prevedibile reazione degli ebrei. Paolo sarebbe stato, quindi, non arrestato, ma salvato a stento dalla lapidazione dal pronto intervento dei soldati romani, agli ordini del tribuno Claudio Lissa, i quali portarono al sicuro l’apostolo, incalzati dalla folla inferocita che gridava «ammazzalo, ammazzalo!». Il racconto degli Atti degli Apostoli parla sì di arresto, ma fa chiaramente intendere che fu in effetti un salvataggio in extremis (At 21,27-36).

Il tribuno Lissa convocò il sinedrio, ma non si ritenne in grado di prendere una decisione. Tuttavia, avuta notizia che si stava preparando un colpo di mano per eliminare Paolo, probabilmente allo scopo di evitare altri disordini, lo fece accompagnare con una scorta di protezione (duecento fanti, duecento arcieri e settanta cavalieri) a Cesarea, sede del governatore Antonio Felice e della più importante guarnigione romana in Giudea. Anche il governatore rimandò la decisione, ma fece restare Paolo all’interno del castrum in “custodia militaris“, ovvero sotto protezione. Secondo l’ordinamento Romano, la custodia militaris era una misura ben diversa dalla “custodia publica” (ovvero l’arresto) e lasciava la possibilità al “custodito”, di ricevere chiunque volesse e condurre una vita pressoché normale, certo con il divieto di lasciare la città. Ma, è facile dedurre, che in tale situazione Paolo neppure si sarebbe sognato di contravvenire al divieto. Rimase in questa condizione per due anni. Ad una sola settimana dal suo insediamento, il nuovo governatore decise di risolvere la situazione riconvocando il sinedrio e, ascoltata la richiesta di condanna a morte, esternò la propria incompetenza giuridica: «Se si trattasse di qualche ingiustizia o di qualche malvagia azione, io vi ascolterei come di ragione, o Ebrei. Ma si tratta di discussioni su una parola, su dei nomi e sulla vostra legge: io non voglio dover giudicare di cose come queste.»(At 25, 18-20; 18, 14-15)

In teoria aveva dato ragione a Paolo, ma in pratica la liberazione l’avrebbe esposto alla vendetta dei Giudei. D’altro canto mantenerlo all’infinito in “custodia militaris” significava ammettere implicitamente l’inefficacia dell’autorità di Roma. A trarre d’impaccio il governatore è Paolo stesso che, nella sua qualità di cittadino romano si appella al giudizio dell’imperatore Nerone. Occorre precisare che, pochi anni prima (57), Paolo aveva definito l’imperatore “autorità istituita da Dio”, raccomandandone l’obbedienza ai cristiani dell’Urbe (Paolo, Epistola ai Romani 13,1-2). L’apostolo viene dunque imbarcato nel porto militare di Cesarea e scortato a Roma dal centurione Giulio. Qui giunto nel 60, in attesa del giudizio imperiale viene posto agli “arresti domiciliari”, da dove tuttavia poté predicare in assoluta libertà e senza ostacoli (Atti degli apostoli 21, 27-36). Infine, nel 62, venne giudicato dal tribunale di Roma presieduto dal prefectus urbis Afranio Burro, stretto consigliere di Nerone, ed assolto.

 

Abile manipolatore della storia? Padre mistificatore del cristianesimo? Salvatore di una teologia destinata a scomparire a causa del suo zelo nazionalista? La vera faccia di Paolo di Tarso non verrà mai alla luce, e ancora meno le sue reali motivazioni nell’aver reinventato il messianismo giudaico. La tradizione ci passa l’immagine di un omino storpio, in preda a crisi epilettiche tramite le quali avrebbe “visto Gesù comandargli di portare il suo Vangelo nel mondo intero”, mentre la storia ci propone una persona molto più calcolatrice e dedita al profitto, quale un mercante Ebreo/Romano avrebbe potuto essere.

Fatto sta che oggi, aprendo il Vangelo, non leggiamo di Gesù, ma leggiamo le idee di Paolo, belle o brutte che siano. Una sola domanda rimane : è giusto mentire e mistificare per perseguire un ideale, seppure di pace e amore?

La Sintesi Sinottica martedì, Gen 9 2007 

Inizia con oggi una serie di articoli atti a proporre a voi lettori una sintesi dei tre vangeli sinottici. Questa Sintesi Sinottica ci servirà per esaminare in modo unitario i tre Vangeli e cercare di dividere la pura catechesi dai pochi dati storici che ci permetteranno di risalire alla vera figura storica di Gesù. Altro scopo di questi articoli, che cercherò di tenere il più costanti possibili, è quello di instaurare anche un dialogo con voi, sentitevi quindi pure liberi di commentarli esponendo le vostre ipotesi e i vostri ragionamenti.

Iniziamo da quello cha abbiamo appreso sulla Natività

Secondo Matteo, Gesù è nato intorno al 6 AC a Betlemme, città di residenza dei suoi genitori Giuseppe e Maria. Appena dopo il parto la famiglia si trasferì in Egitto, per sfuggire al re Erode il Grande che temeva la venuta di un discendente della stirpe di Davide che avrebbe preteso il trono d’Israele. La famiglia rimase in Egitto fino alla morte di Re Erode, ovvero al 4 AC, e poi ritornò in Palestina prendendo come residenza Nazareth.

Secondo Luca, invece, Gesù è nato nel 6 o 7 DC, durante il censimento della Giudea, annessa alla Siria, sempre in quella Betlemme che per l’occasione fu trasformata in città del Censimento. A differenza di Matteo, in Luca Giuseppe e Maria erano già residenti a Nazareth. L’infanzia del Gesù Lucano non è disturbata da fughe o tentati omicidi, e passa in maniera del tutto tranquilla.

La domanda che dobbiamo porci è: perchè due natività così differenti ? Possibile che la Chiesa di Roma, alla scelta dei 4 vangeli canonici, non si sia accorta della terribile incongruenza delle due natività? Oppure all’epoca la scelta fu fatta per un motivo preciso, con uno scopo?
La risposta la si trova analizzando più dettagliatamente le due natività. Quella di Matteo ci presenta un teatro prettamente giudaico, con il loro re più conosciuto all’epoca, ovvero Erode il Grande, e con l’influenza del vicino popolo Persiano sotto forma della visita dei Magi. Matteo ci propone una natività coadiuvata dalla presenza di presunte profezie bibliche, che identificano Gesù nel messia atteso dagli Ebrei. Ma se lo scopo del nuovo cristianesimo di Paolo di Tarso era quello di distaccarsi dalla corrente Giudeo-Messianica, allora perchè attaccarsi alle loro profezie e ad un contesto Giudaico per presentare la nascita del suo personale Gesù? E’ presto detto, proprio per poter presentare a quegli Ebrei che fossero stati interessati alla sua nuova dottrina, un Messia in linea con le loro profezie ma differente poi nei concetti teologici. Quindi potremmo parlare di un Gesù molto più Giudaico.

Dal lato opposto la natività di Luca ci presenta personaggi ed ambientazioni molto più Pubblicane, e quindi Romane. Gesù nasce in un contesto Romano, durante un censimento ufficiale richiesto dall’imperatore Augusto, non ha contatti con altre comunità come nel caso dei Magi, e non ci sono nemici che tramano la sua morte, ma al contrario viene fatto crescere in un ambiente pacifico creato indirettamente dal Censimento della Giudea (cosa che sappiamo essere falsa, dato che quel censimento fu proprio la scintilla che scatenò l’ultima fase delle Guerre Giudaiche contro Roma). Quello di Luca è un Vangelo tardo, scritto e completato quando ormai il neo-cristianesimo di Paolo di Tarso aveva già preso piede anche nel resto dell’impero Romano e dunque fu quello più sostenuto dalla causa neo-cristiana, assimilando i concetti dei primi due, Matteo e Marco, correggendoli e ricostruendoli in una chiave molto più adatta ad un Occidentale qualsiasi, come del resto è quell’Illustre Teofilo a cui l’intera opera è dedicata.

Alla luce di queste semplici analisi possiamo quindi affermare che le due natività Evangeliche sono tutt’altro che testimonianze storiche di presunti testimoni oculari, ma bensì sono catechesi pura scritta appositamente per una tipologia specifica di pubblico, Giudaico per Matteo e Pubblicano per Luca.

Dobbiamo quindi, per forza di cose, escludere dalla nostra ricerca storica queste Natività, in quanto nessuna delle due può esserci d’aiuto per identificare la vera persona dietro al personaggio di Gesù.

Speciale Epifania giovedì, Gen 4 2007 

Il termine Epifania deriva dal greco epifaneia, che letteralmente significa manifestazione. Originariamente i Greci usavano il termine epifaneia per indicare la manifestazione del divino, sia questo una divinità vera e propria oppure i prodigi da essa compiuta. Data questa correlazione tra il termine epifaneia e il divino è stato impossibile per i redattori dei Vangeli non utilizzarlo per indicare la manifestazione di Gesù come divinità, durante il battesimo nel Giordano. Infatti, nel linguaggio contemporaneo epifaneia, traslitterato poi in Epifania, sta ad indicare l’Epifania del Signore, la festa che cade il 6 gennaio, cioè dodici giorni dopo il Natale.

L’uso di Epifania come festa cristiana appare non prima del III secolo e da subito diventa una celebrazione confusa: alcuni festeggiano la nascita vera e propria di Gesù, in quanto le natività di Luca e di Matteo non erano ancora state redatte e dunque la storia di Gesù partiva dal suo battesimo nel giordano, altri collegarono la data al primo miracolo di Gesù, e quindi sempre ad una sua manifestazione come divinità, ed infine subentrate le natività, l’adorazione da parte dei Re Magi che ha il significato di manifestazione di Gesù ai pagani. Questa confusione della festa perdura anche oggi, in quanto i Cristiani orientali associano all’Epifania il suo significato più originale, ovvero il battesimo di Gesù nel Giordano, mentre i cristiani occidentali ormai associano la data alla sola venuta dei Magi.

Nella cultura occidentale vengono addirittura attribuiti ai Magi i nomi di Melchiorre, Gasparre e Baldassare e vengono, ovviamente, identificati nel numero di 3, anche se il Vangelo di Matteo non specifica affatto quanti essi fossero. Il numero 3, oltre ad avere tutti i suoi significati esoterici, fu scelto per via dei doni che i Magi portarono, ovvero oro, incenso e mirra. Non possiamo sapere con certezza chi introdusse la figura dei Re Magi e chi decise i loro nomi, fatto sta che a seconda della zona dove ci spostiamo la comunità cristiana che troviamo li identifica in tre personaggi e gli da 3 nomi secondo la propria cultura, ad esempio Hor, Basanater e Karsudan per la Chiesa Cattolica Etiope oppure Larvandad, Hormisdas e Gushnasaph per la Comunità Cristiana della Siria.

Nelle chiese ortodosse, invece, la data è direttamente associata alla nascita biologica di Gesù, facendo diventare il 6 gennaio una sorta di Natale.

Ma vi starete chiedendo, e la Befana? La Befana è una figura folkloristica nata dall’unione del termine Epifania, dal quale deriva Befana, e dalla probabile tradizione “pagana” della festa dell’inizio dell’anno, dove la Befana simboleggiava l’anno passato, ormai vecchio, che lascia il posto all’anno nuvo. Il fatto che venga tradizionalmente ricordata come una vecchia che porta doni è invece da ricercare nella leggenda nata dal racconto dei Magi, dove questi, non sapendo bene dove trovare Gesù, chiesero informazioni ad un anziana signora che però non volle seguirli per portare altri doni. Più tardi, pentitasi, prese tutti i dolci che trovò in casa ed uscì per raggiungerli ma non riuscì a trovarli, e allora si fermò in ogni casa del paese per dare dei dolci ai bambini che trovava.

In sintesi queste sono le origini della festa dell’Epifania, che tutte le feste si porta via, che in un mix particolare di festività pagane e festività cristiane è arrivata sino ad oggi con un significato tutto nuovo, ben lontano sia da Gesù che dall’anno passato, diventando una festa per tutti i bambini.
E allora festeggiate con me l’Epifania nel modo che un po’ tutti conosciamo, recitando una filastrocca dedicata alla sua protagonista:

La Befana vien di notte

Con le scarpe tutte rotte

Con le toppe alla sottana

Viva, Viva, la Befana!

La Festa del Sole giovedì, Dic 21 2006 

Dato che siamo vicini a Natale, è giunto il momento di svelare anche i retroscena di questa mitica data, a cui si associa la nascita di Gesù. Preparatevi a fare un bel viaggetto nel tempo, alla scoperta di una delle feste più antiche dell’uomo.

Letteralmente Natale significa “nascita” ed il termine nacque dalla festività del Dies Natalis Solis Invicti, ovvero il Giorno della nascita del Sole Invitto. Questa festa veniva celebrata nel momento dell’anno in cui la durata del giorno iniziava ad aumentare, dopo il solstizio d’inverno, e dunque quando avveniva la rinascita del sole, invincibile anche contro le tenebre. Secondo gli antichi il Sole si fermava durante il solstizio d’inverno (dal latino solstitium, ovvero sole fermo), e questa loro osservazione derivava dal fatto che nell’emisfero nord della terra tra il 22 e il 24 dicembre il sole sembra effettivamente fermarsi in cielo. In quel periodo, in realtà, il sole inverte semplicemente il proprio moto nel senso della “declinazione” della Terra, e a causa di questo Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima. Si verificano la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno. Subito dopo il solstizio, la luce del giorno torna gradatamente ad aumentare fino al solstizio d’estate dove, ovviamente, accade il contrario.

Visto in questi termini, sembra quasi che il Sole muoia, durante il solstizio d’inverno, per poi rinascere (guardacaso) 3 giorni più tardi, intorno al 24/25 Dicembre. Questa interpretazione astronomica può spiegare perché il 25 dicembre sia una data celebrativa presente in culture e paesi così distanti tra loro. I nostri antenati erano molto più vicini all’astronomia di quanto pensiamo. L’osservazione del moto solare ha dunque generato in tutti i popoli della terra delle teologie affini, dove un dio, o un eroe, attraversa 12 fasi della sua vita, o viene accompagnato da 12 fratelli, viene ucciso per poi solitamente tornare in vita nell’arco di 3 giorni. Questa è la sorte che l’uomo ha deciso per Mitra, o per Osiride, o per Gesù.

Ma come ha fatto, la Festa del Sole, a diventare la nascita di Gesù Cristo? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo ricostruirne la storia.
L’imperatore Aureliano introdusse la festa ufficiale del Sol Invictus (Dies Natalis Solis Invicti) il 25 dicembre del 274, facendo del dio-sole la principale divinità del suo impero ed indossando egli stesso una corona a raggi.
Alla base di questa decisione ci fu un misto di coincidenze storiche e valutazioni di opportunità politica.Aureliano aveva da poco sconfitto la principale nemica dell’impero, la Regina Zenobia del Regno di Palmira, grazie all’aiuto provvidenziale della città stato di Emesa. L’appoggio dei sacerdoti di Emesa, cultori del Dio Sol Invictus, bendispose l’imperatore che, all’inizio della battaglia decisiva, disse di aver avuto la visione benaugurante del dio Sole di Emesa. In seguito a questi fatti, nel 274, Aureliano trasferì a Roma i sacerdoti ed ufficializzò il culto del Sole di Emesa, edificando un tempio sulle pendici del Quirinale, creando anche un nuovo corpo di sacerdoti, detti pontifex solis invicti.. L’adozione del culto del Sol Invictus fu vista da Aureliano come un forte elemento di coesione dato che, in varie forme, il culto del Sole era presente in tutte le regioni dell’impero.

Ma qualcosa accadde. Il Neo-Cristianesimo di Paolo di Tarso iniziò a farsi strada nell’impero Romano, trovando sempre più proseliti, essendo altamente distaccato dal Messianismo Giudaico. Non ripercorrerò qui l’intera vicenda, basti sapere che alla fine l’imperatore Costantino, nel 330, decretò per la prima volta il festeggiamento cristiano della natività di Gesù che fu fatta coincidere con la festività pagana della nascita del Sol Invictus. Il “Natale Invitto” divenne così il “Natale” Cristiano.

Prima di questa decisione, i cristiani usavano festeggiare la nascita divina di Gesù durante l’Epifania, termine che deriva dal Greco e che significa “manifestazione” di divinità. Infatti, prima del III secolo, la natività di Gesù come la conosciamo oggi non esisteva affatto, e gli scritti su di lui partivano dalla sua manifestazione come dio-uomo, dal battesimo nel Giordano.
Infine la data del Natale, da parte della Chiesa Cattolica, venne ufficializzata nel 337 da Papa Giulio I.

Fu così che il Cristianesimo si sovrappose del tutto ai culti Solari molto più antichi e già esistenti, usurpandone l’iconografia (l’aureola con i raggi del Sol Invictus) ed appropriandosi delle feste (come abbiamo visto, il Natale). Questo fu fatto perchè strappare queste ricorrenze “pagane” dal popolo sarebbe stata cosa impossibile, e avrebbe potuto scaturire rivolte religiose contro il potere Teocratico della chiesa.
Chi di voi, la mezzanotte del 24 andrà in chiesa, fra un padre nostro ed un credo, si ricordi del buon Sol Invictus, usurpato della sua legittima festa e strappato dalla memoria di tutti, perchè se il 25 è la nascita di qualcuno, è proprio la sua.

Buon Compleanno Sole, e buone feste a tutti voi.

Z3RØ

Il mistero di Barabba venerdì, Nov 24 2006 

Dopo lo stesso Gesù e la usa evangelica madre, Myriam, passiamo oggi ad analizzare quello che io ritengo il personaggio chiave dei testi Evangelici: Barabba.

Brigante? Ribelle? Assassino? Innocente?….o Gesù stesso? La figura di Barabba è talmente enigmatica che mi risulta assurdo che non venga mai analizzata in sedi ufficiali, ma per forutna, esistono ricercatori come David Donnini che scavano a fondo ogni questione dubbia per cercare quella verità che ci spetta di diritto, sia come atei che come credenti. Lascio quindi la parola al Donnini e alla sua semplice ma splendida analisi di questo misterioso personaggio.

Buona lettura.

 

David Donnini : il mistero di Barabba

Si osservi attentamente il documento riportato qui sopra [immagine del testo originale in greco tratto dalla pagina 101 del Novum Testamentum Graece et Latine (a cura di A. Merk, Istituto Biblico Pontificio, Roma, 1933) NdZ3RØ]. Nella parte superiore, evidenziato in rosso, troviamo il verso 16 del capitolo 27 del vangelo secondo Matteo. Nella parte inferiore, sotto la riga orizzontale abbiamo la relativa nota a piè di pagina.

 

La versione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana (1976) del vangelo secondo Matteo traduce quel verso nel seguente modo:

“Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba”

 

Mentre la Sacra Bibbia (Traduzione dai Testi Originali), edita dalle Edizioni Paoline nel 1964, traduce così:

“Egli aveva allora in carcere un detenuto famoso, detto Barabba”

 

Ancora, il Nuovo Testamento – Parola del Signore, pubblicato nel 1976 dalla Elle Di Ci (Leumann, Torino), traduce così:

“A quel tempo era in prigione un certo Barabba, un carcerato famoso”

 

E, infine, il Nuovo Testamento, Nuova Revisione 1992 sul Testo Greco, della Società Biblica di Ginevra, traduce così:

“Avevano allora un noto carcerato, di nome Barabba”

 

Innanzitutto notiamo che le traduzioni sono abbastanza diverse e che tali variazioni possono produrre importanti discordanze nei significati. Questo prigioniero famoso era “detto Barabba”, “un certo Barabba” o “di nome Barabba”?
E’ sicuro che “detto”, da una parte, e “di nome” o “un certo”, dall’altra parte, lasciano intendere due cose molto differenti. Nel primo caso Barabba sembra un soprannome, mentre nel secondo e nel terzo caso sembra trattarsi di un nome proprio: quel prigioniero si sarebbe chiamato proprio Barabba.
Naturalmente qualcuno potrebbe osservare che ci stiamo ponendo una questione abbasta irrilevante, ma non è affatto così. Infatti stiamo toccando uno dei problemi più delicati di tutta l’analisi della letteratura evangelica, perché dietro al personaggio di Barabba, alla sua vera identità e al suo ruolo nella circostanza del processo che Cristo ha subito dinanzi al procuratore romano Ponzio Pilato, si nasconde probabilmente una delle più importanti chiavi di comprensione del senso storico reale di quegli eventi.
Il testo greco usa il termine
legomenon Barabban (leghomenon Barabban) che si traduce con “detto Barabba”, “chiamato Barabba”, “soprannominato Barabba”, e ciò lascia intendere che quello non fosse il nome proprio, ma un titolo o un soprannome.
Eppure tutti conosciamo Barabba come una persona che si chiamava proprio così, e sappiamo anche che era stato messo in prigione perché era un brigante, forse un ribelle. Almeno, questo è ciò che la tradizione ci ha sempre fatto pensare di lui.
Ma torniamo al Novum Testamentum e osserviamo la nota a piè di pagina che si riferisce al verso 16 del vangelo di Matteo. In essa sono riportate le varianti che si possono trovare in alcuni antichi manoscritti evangelici. Nel nostro caso la nota è duplice e le due parti sono sepatare da una breve linea verticale.
Cominciamo dalla seconda parte. Essa ci dice che dopo il termine “Barabba” alcuni antichi testi recano una frase non breve:

 

eicon de tote desmion epishmon Ihsoun Barabban, ostiV hn dia stasin tina genomenhn en th polei kai jonon beblhmenoV eiV julakhn

“il quale era stato messo in carcere in occasione di una sommossa scoppiata in città e di un omicidio”

 

In pratica, dai testi antichi è stata scartata una frase dalla quale si può capire abbastanza chiaramente che Barabba era stato arrestato nella circostanza di una sommossa, che si era verificata in città, durante la quale era stato commesso un omicidio. Chi aveva commesso l’omicidio? Barabba? Se consultiamo il vangelo secondo Marco (Mc 15, 7), in un passo parallelo, possiamo leggere:

 

“Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere, insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio”

 

Il verbo “avevano commesso” è coniugato al plurale, non al singolare, e si riferisce ai ribelli, non a Barabba. La frase significa semplicemente che Barabba era rinchiuso nel carcere in cui si trovavano i ribelli, non ci obbliga a credere che egli stesso fosse un ribelle e che avesse partecipato al delitto.
In fin dei conti nemmeno il vangelo secondo Matteo lo dice; anzi, affermando che costui era stato arrestato in occasione di quel tumulto e di quell’omicidio, non dà affatto l’impressione che Barabba fosse uno degli insorti né, tantomeno, l’omicida.
Il vangelo di Luca contiene una frase (Lc 23, 19) assolutamente identica a quella omessa dal testo di Matteo, di cui abbiamo già visto sopra il testo greco, ma essa (si faccia bene attenzione) viene tradotta comunemente in modo scorretto, attribuendogli così significati che essa non può e non deve avere; per esempio una versione del Nuovo Testamento, che si definisce “traduzione interconfessionale in lingua corrente”, la riporta nei seguenti termini:

 

“…era in prigione perché aveva preso parte ad una sommossa del popolo in città ed aveva ucciso un uomo”
[Parola del Signore, Elle Di Ci, Leumann (To), 1976]

 

La traduzione corretta, lo ripetiamo, è: “…si trovava in carcere, insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio…”, infatti le parole “dia stasin tinapossono essere tradotte con “in occasione di una sommossa”, “poiché c’era stata una sommossa”, “nel luogo della sommossa”, “durante una sommossa”, ma non si potrà mai tradurre “aveva preso parte ad una sommossa”, e neanche “aveva ucciso un uomo”. Questo non è assolutamente scritto nel testo originale, è una forzatura che altera molto il senso della frase, facendo diventare arbitrariamente Barabba il soggetto di una azione che, invece, è stata compiuta dagli altri ribelli.
La lettura dei vangeli sinottici, eseguita fedelmente alle versioni in lingua greca, ci dà buoni motivi per pensare che Barabba non fosse uno dei briganti che avevano commesso l’omicidio, ma solo che egli sia stato arrestato in concomitanza con la sommossa di cui altri erano responsabili. Ci dicono, tra l’altro, che costui non era uno sconosciuto ma un personaggio famoso.

 

La osservazione più interessante la facciamo senz’altro nel momento in cui osserviamo la prima parte della nota 16 presente nel Novum Testamentum. Essa ci dice che in alcuni antichi manoscritti, al posto di “legomenon Barabban” (leghomenon Barabban = detto Barabba), troviamo quest’altra espressione: “Ihsoun Barabban ” (Iesoun Barabban = Gesù Barabba). La nota ci conferma che il personaggio non si chiamava Barabba, ma che questo era un titolo, affiancato al suo vero nome: Gesù. Diciamo la verità, è quasi uno shock! Sembra che nel corso di quel processo, durante il ballottaggio per la scarcerazione di un prigioniero, Pilato abbia presentato al popolo due accusati: un certo Gesù, che i sacerdoti avrebbero condannato a morte perché aveva osato definirsi “figlio di Dio”, e un certo Gesù, molto noto a tutti col titolo “Barabba”. Due Gesù in un colpo solo. Forse è proprio per evitare questa eccezionale omonimia che i traduttori hanno omesso il nome del personaggio che è stato liberato, e l’hanno presentato solo come Barabba. Ma si tratta di semplice omonimia? Le nostre scoperte, e ne abbiamo già fatte tante, non sono finite. Adesso infatti si rende necessaria una domanda: qual’è il significato del soprannome Barabba?

 

Per giungere ad una risposta facciamo un passo indietro nel tempo, fino all’interrogatorio che Gesù, qualche ora prima, aveva subito in casa del sommo sacerdote. Costui, che aveva nome Caifa, vistosi nella difficoltà di trovare un capo d’accusa valido per emettere una sentenza di morte (così narra il vangelo), ad un certo punto avrebbe chiesto a Gesù: «sei tu il figlio di Dio?», e Gesù a lui: «tu l’hai detto». Attenzione: la vicenda del processo davanti alle autorità ebraiche, così come è descritta dalla narrazione evangelica, tradisce la presenza di gravi anomalie, anche perché l’idea di un procedimento svoltosi in quelle condizioni è del tutto inaccettabile. I tempi, i modi, il luogo e tanti altri elementi incompatibili con la prassi giudiziaria ebraica, ci mostrano che quello non poteva essere un processo regolare, come molti autori hanno validamente osservato. Al contrario, tutto lascia facilmente intuire che deve essersi trattato di un interrogatorio informale, svoltosi nel corso di azioni confusionarie e sbrigative, nell’intervallo di tempo che separava l’arresto dell’uomo sul monte degli ulivi e la sua consegna alle autorità romane, presso le quali avrebbe dovuto svolgersi il vero ed unico processo che ha condotto Gesù ad una condanna a morte e alla sua esecuzione. Un processo voluto dai romani per sedizione.

 

Ora, noi sappiamo che gli ebrei non potevano assolutamente pronunciare la parola tabù “Dio”, e che il sommo sacerdote non si sarebbe mai azzardato a pronunciarla in quella occasione. Ma se egli ha veramente posto la domanda, in che modo ha potuto chiedere a Gesù se era «il figlio di Dio»? La risposta è semplicissima, gli ebrei usavano molti termini diversivi per riferirsi a Dio (Adonai, Eloah, il Signore, il Padre…). Anche Gesù, nei racconti evangelici, parla spesso di Dio ma, rivolgendosi ad un pubblico di ebrei ed essendo egli stesso un ebreo, usa uno di questi termini diversivi: “il Padre mio”, “il Padre che è nei cieli”. Nel vangelo secondo Marco (Mc 14, 36) leggiamo: “Abbà, Padre, tutto è possibile per te”, in cui compare sia il termine tradotto (Padre) che quello originale usato dagli ebrei (Abbà). Ed ecco che per gli ebrei del tempo di Gesù “figlio di Dio” poteva essere reso piuttosto con “figlio del Padre”. Anche nella liturgia latina troviamo comunemente “filius Patris”, che è proprio la traduzione letterale dell’espressione usata dagli ebrei, nella corrente parlata aramaica, e quindi anche dal sommo sacerdote Caifa: “bar Abbà”. Mentre in italiano, in mancanza del tabù ebraico, essa si è potuta trasformare senza problemi in: “figlio di Dio”.
L’espressione “bar Abbà”, può essere condensata, e diventa così “Barabba”. La contrazione è del tutto normale: Barnaba, Bartolomeo… si tratta di termini di derivazione aramaica per “figlio di…”. E’ assolutamente sorprendente che, ai giorni nostri, a nessun cristiano educato e catechizzato sia mai stata fatta notare la questione, non del tutto irrilevante (!!!), che il termine Barabba corrisponda all’espressione usata dagli ebrei dei tempi di Gesù per dire figlio di Dio! Si è dunque voluta nascondere qualche evidenza?

 

Altro che shock! Infatti, se prima eravamo stati scioccati nello scoprire che Barabba si chiamava Gesù, ora siamo totalmente sconvolti nello scoprire il contrario, e cioè che… Gesù era definito Barabba! Ma quale razza di mistero si nasconde dietro questo intreccio straordinario di nomi e di titoli? E’ mai possibile che durante il processo Pilato abbia presentato al popolo queste due persone:

 

1 – Gesù, che era detto figlio di Dio, cioè Barabba, che fu condannato e giustiziato,

2 – e Barabba, che però si chiamava Gesù, che fu graziato e rilasciato.

 

Non ci credo nemmeno io che sto scrivendo queste cose. Non ci può credere nessuno. Ma soprattutto, non è possibile crederci perché non è affatto così che sono andate le cose:

1 – non c’è mai stato un autentico processo davanti al sinedrio, Cristo è stato arrestato per volontà di Pilato che ha inviato per questo una coorte romana sul monte degli ulivi, un corpo di 600 soldati con un tribuno al comando;

2 – gli ebrei non hanno consegnato al procuratore l’accusato con la scusa di essere impossibilitati ad eseguire la sentenza di morte; ne hanno eseguite innumerevoli e ce le testimonia lo stesso Nuovo Testamento (Giovanni Battista, l’adultera che stava per essere lapidata dagli ebrei, lo stesso Gesù che ha rischiato più volte la lapidazione da parte degli ebrei, Stefano lapidato dagli ebrei all’indomani della morte di Gesù, Giacomo lapidato dagli ebrei sotto le mura del tempio…);

3 – i romani non hanno mai avuto l’abitudine di applicare le amnistie in occasione delle festività di altri popoli non latini, ma solo delle festività romane, e tantomeno liberavano in Palestina i condannati per reati gravi di sedizione, i condannati a morte;

4 – Pilato non è rimasto lì imbambolato ad aspettare che il popolo decidesse quale dei due doveva essere rilasciato, per poi lavarsene le mani e scarcerare il ribelle giustiziando un maestro spirituale; questa è una immagine assolutamente non veritiera e ridicola del praefectus Iudaeae; si legga Giuseppe Flavio per sapere chi e come era Ponzio Pilato;

5 – e il popolo degli ebrei non ha mai gridato “il suo sangue ricada sopra di noi e sui nostri figli” (Mt 27, 25), preannunciando la persecuzione perpetrata dai cristiani contro i cosiddetti perfidi giudei nell’arco di lunghi secoli.

 

Tutte queste sono scuse palesi per spostare la responsabilità della condanna dai romani agli ebrei. Questo infatti è uno dei presupposti della catechesi neo-cristiana, che ebbe origine nella mente di Paolo, il nemico di Simone e Giacomo, in aperta e stridente opposizione con la catechesi giudeo-cristiana, al prezzo di un grave pregiudizio antisemitico. Ci troviamo di fronte ad una presentazione finalizzata ad alterare il significato storico dell’evento. Si tratta di una presentazione funzionale alla dottrina antiessena e antimessianica elaborata da Paolo e successivamente sviluppata dai suoi seguaci ed eredi spirituali. I quali hanno progressivamente aumentato le distanze dall’ebraismo e hanno trasformato l’aspirante messia degli ebrei in un salvatore medio orientale, e il regno di YHWH dei giudei nel regno dei cieli dei cristiani.

 

Dal rebus di Gesù e Barabba scaturisce una ennesima conferma del fatto che i redattori dei vangeli neocristiani erano non ebrei, che scrivevano per un pubblico non ebreo, e che erano interessati a de-giudaizzare l’aspirante messia degli ebrei, scorporando dalla sua figura tutto ciò che apparteneva ad una personalità messianica, ovverosia ad un ribelle esseno-zelotico che aveva commesso gravi reati di sedizione contro l’autorità romana.
La dinamica dell’arresto, del processo, della condanna e della esecuzione, così come queste fasi sono descritte nelle narrazioni evangeliche, le quali mostrano fra loro grandi contraddizioni, è tale da rivelare una precisa intenzione di mascherare chi fosse realmente l’uomo che venne crocifisso, perché fu arrestato, da chi fu arrestato, perché fu giustiziato, facendo credere, alla fin fine, la tesi storicamente insostenibile che i romani siano stati vittime di un raggiro e che la volontà e la regia della condanna di Gesù siano del tutto ebraiche.

 

Dal rebus di Gesù e Barabba non scaturisce invece una soluzione su chi siano state queste due persone. Erano veramente due? Si tratta di una persona sola che ha subito uno sdoppiamento, come tanti altri personaggi della narrazione evangelica? Si tratta di due persone i cui nomi, titoli, ruoli e responsabilità sono stati intrecciati e confusi negli interessi della contraffazione storica? Sono forse i due aspiranti messia degli esseno-zeloti, quello di Israele (il capo politico) e quello di Aronne (il capo spirituale)? Se Gesù Barabba è il prigioniero che fu liberato, dobbiamo credere che Gesù non è mai stato crocifisso, coerentemente con quanto sostenuto dalla tradizione coranica e da altre tradizioni?

 

Abbiamo una lunga serie di domande, ma non abbiamo le risposte. E il mistero di Barabba, che pure ha portato alla luce alcuni importantissimi aspetti della questione, troppo spesso ignorati, diventa sempre più misterioso.

David Donnini

Fonte

Tale madre tale figlio giovedì, Nov 23 2006 

Si lo so, il detto non è proprio così, ma effettivamente di Giuseppe nessuno si è mai curato più di tanto, relegato ad un giorno in cui si festeggiano i papà, quasi come un contentino.

No, il titolo di questo articolo è corretto, anche perchè oggi vorrei parlare dell’altra grande star del mondo Evangelico : Myriam, Maria, la Madonna.

Sempre Vergine, Santa madre di Cristo, Santa madre di Dio, priva del peccato originale e quindi non soggetta alla “maledizione della morte”, su Maria sono nate parecchie dicerie, dettate dal nonsenso teologico e da quel periodo dove i Teologi della nascente chiesa si divertivano a tradurre/dedurre le vicende narrate nei Vangeli, non solo quelli canonici.

Ma, come ormai abbiamo imparato ad accettare, anche sulla povera Myriam la realtà dei fatti è tutt’altra, e addirittura tutta la teologia su di lei si basa un un grossolano errore di traduzione. Passo ora la parola però a Laura Malucelli e ad un estratto dal suo libro “Tutto quello che sai è falso” vol.2 (che potete anche trovare su Clerofobia, però in un articolo vecchiotto), la quale ci illuminerà in modo impeccabile sui retroscena di questa figura divinizzata della Madre di Dio. Come sempre, buona lettura.

La deificazione di Maria
Laura Malucelli, tratto da “Tutto quello che sai è falso” vol.2

Per i Vangeli, Gesù non era l’unico figlio di Giuseppe e Maria. Nel Vangelo secondo Marco (6,3) sì afferma, al contrario, che egli avesse ben quattro fratelli e più di una sorella. Lo stesso dicasi del Vangelo di Matteo (13,55). Marco (3,32) cita fratelli e sorelle in un numero imprecisato.
Anche Giovanni (7,5) indica la presenza di fratelli.
Per Giuseppe Flavio (il più noto storico ebraico dell’epoca) Giacomo, fratello di Gesù, fu condannato a morte nell’anno 62 dal gran sacerdote. Eusebio di Cesarea (265/339 circa), un prelato greco autore di Storia della Chiesa, riferisce di un nipote di Gesù, figlio di suo fratello.
Un altro credo fondamentale dell’istituzione ecclesiastica è la verginità di Maria. Ma in tutti i più antichi scritti apocrifi Maria non è considerata Vergine. E anche nelle prime versioni degli evangelisti non vi sono riferimenti a una nascita miracolosa di Gesù.
Il Vangelo di Marco, il più antico tra quelli riconosciuti, ignora il concepimento virginale. Anche Paolo, i cui testi sono i più prossimi alla vita di Gesù, fa discendere il bambino da Davide giungendo sino a Giuseppe (ritenendolo dunque, a tutti gli effetti, il padre). Ma se il padre non era Giuseppe ma Dio, a che pro tutto questo dispiegamento di avi?

La realtà della “verginità” di Maria è stata storicamente spiegata: sì è trattato di un errore durante la traduzione greca della Bibbia quando sì traslò giovane donna (alma) ((Pepe Rodrìguez, Verità e Menzogne della Chiesa Cattolica, trad. C. Tognonato, Editori Riuniti, Roma 1998)) in vergine.
Ma se i teologi si sono accorti dell’errore perché hanno continuato a insistere sulla verginità mariana?
Perché i popoli primitivi adoravano una divinità femminile, la Madre Terra. Con l’andare del tempo essa venne affiancata a una divinità maschile, più potente.
Anche presso i giudei e i cristiani primitivi vi erano le tracce della derivazione del culto matriarcale e la Madre Terra (antica dea) era divenuta la Ruah o Spirito Santo. I “figli di Dio” (così sì chiamavano abitualmente gli uomini ebrei devoti), erano figli di umani ma derivavano la loro forza vitale dall’unione creatrice di Dio con Ruah, la Madre.

Ecco dunque la logica trinità: Padre, Madre, Figlio. Ogni creatura aveva una Madre e un Padre divini e una madre e un padre umani. I sacerdoti guerrieri patriarcali decisero di abrogare la Ruah , ma il suo culto era troppo radicato. Tutto quello che fu possibile fare fu toglierle il nome.
La Ruah , dunque, divenne solo lo Spirito Santo, entità asessuata e incorporea. Quando i cristiani della scuola di Paolo cominciarono a sostenere, quindi, l’unione tra Maria e lo Spirito Santo i giudeo-cristiani restarono sgomenti.
Il Vangelo di Filippo, mostra tutto lo sbalordimento dei cristiani dell’epoca; “Taluni hanno detto che Maria ha concepito dallo Spirito Santo. Essi sono in errore. Essi non sanno quello che dicono. Quando mai una donna ha concepito da una donna?” ((Vangelo di Filippo, 17, a cura di M. Crateri, I Vangeli Apocrifi, Einaudi, Torino 1969)).
Il Vangelo apocrifo di Tommaso cita uno Spirito Santo femminile, che chiama la Innocente Spiritualità.
Nel momento della “verginificazione” di Maria si ricorse così a una trinità maschile che è davvero un mistero della fede. Nei primi Vangeli, invece, come già accennato, la nascita non aveva proprio nulla di miracoloso e quindi genealogie e riferimenti a Giuseppe come padre avevano senso.
Ma l’idea che Gesù fosse solo un essere umano non era sufficientemente esportabile ovunque.

Fu allora che San Paolo fece diventare Gesù un semidio nato in modo straordinario. Venne perciò, successivamente, aggiunta nel primo capitolo di Matteo e di Luca la frase. “Un vento calerà su di te e ti coprirà come un’ombra la potenza dell’Altissimo” (Luca 1,35) che è la copia identica dei comportamenti utilizzati da Zeus per accoppiarsi con le donne terrestri. La mitologia pagana si sposa con la nuova religione così da realizzare il sincretismo.
Le cose non erano, però, ancora del tutto sistemate. La Chiesa gradiva molto poco le continue negazioni della purezza di Maria contenute negli altri passi del Vangelo. Così, sul finire del 300 Giovanni Crisostomo fece approvare il dogma della sempiterna verginità di Maria, ante partum, in partu, post partum.
Da quel momento si cominciò, così, a sostenere che i fratelli di Gesù erano in realtà cugini.
La discussione rimaneva però aperta. Anche a molti padri della Chiesa pareva eccessivo sostenere che i redattori dei Vangeli si fossero dimenticati di dare il giusto credito a un’informazione sbalorditiva come la perpetua verginità di Maria. Era come smentire gli stessi evangelisti, che continuavano ad attribuire fratelli a Gesù. Così sulla verginità di Maria si dibatteva pochissimo, inizialmente. Ma si poneva un ulteriore problema. Gesù non poteva essere soltanto il figlio subalterno di Dio. Ciò avrebbe significato che la nuova fede era in realtà il credo nel Dio dei giudei, con l’unica differenza di averlo dotato di prole. Quindi, ovviamente, il libro adottato avrebbe dovuto continuare a essere la Bibbia e i cristiani romani non avrebbero potuto distanziarsi, come volevano, dai giudei.

Così nel Concilio di Nicea del 325, vi fu una disputa animatissima, tanto che alcuni partecipanti vennero uccisi (erano gli ariani, che contestavano questa manipolazione dei Vangeli). Si decise infine che Gesù non era solo il Figlio, ma Dio stesso incarnato. Si legittimò in questo modo, anche la deificazione di Maria (divenuta così Madre di Dio stesso) la quale era stata creata da Dio che l’aveva poi fecondata e ne era divenuto il figlio e al tempo stesso anche il padre fecondatore…
La deificazione di Maria ottenne anche lo scopo di assorbire molti culti pagani tradizionali (ldaea, Iside egiziana, Astarte fenicia…) ancora associati alla Magna Mater deorum, la Dea Madre di tutti gli dei, e di convertire i templi di queste dee pagane al culto della Madonna. Vi erano anche altri motivi per negare l’esistenza dei fratelli di Gesù.
La causa prima appare ovvia: anche ritenendo che Gesù fosse il maggiore tra tutti i suoi fratelli, dopo la nascita di sei o sette figli Maria, indubbiamente, vergine non poteva più esserlo.
Ma se Gesù aveva già avuto la sua nascita mirabolante e poteva così rivaleggiare con le divinità pagane, perché voler insistere sul fatto che Maria rimase vergine anche dopo il parto, in aperta contraddizione con i Vangeli? Semplicemente si voleva evitare che i discendenti dei famigliari di Gesù potessero reclamare di dirigere la Chiesa nascente, in base a legittima successione.

L’esistenza storica di Gesù Cristo martedì, Nov 21 2006 

Alla fin fine è proprio questo il punto cardine di tutta la mia ricerca Evangelica, e pensare che ero partito col presupposto che qualcuno, su cui poi costruirono la versione religiosa del Cristo, fosse realmente esistito.

Ma aimè le assenti “prove storiche” su questo personaggio mi costringono a rivisitare la mia idea di partenza e constatare che, oltre ai Vangeli e al Nuovo Testamento in generale, non esistono fonti attendibili, di formato storico, che ci dicano che Gesù di Nazareth sia esistito.

In un discorso che ho fatto l’altro giorno sul Sacro Graal mi è tra l’altro saltata alla mente una frase: da una leggenda non possono che nascere altre leggende, proprio riferendomi al fatto che la leggenda di Cristo ha fatto nascere tutte quelle altre leggende sulle sue reliquie.

Moralemente quella mia conclusione mi è bastata per capire che di Gesù Cristo uomo non si troverà mai nessuna traccia, ma d’altra parte ogni leggenda si basa su una verità e dunque dove cercare questa figura? Dove trovare delle prove concrete? Risposte ardue da dare.

Per nostra fortuna però ci viene in soccorso il Professor Fernando Liggio con questo interessantissimo articolo preso in prestito dalle pagine del blog Clerofobia. L’articolo è lungo ma è degno di lettura, e lo ritengo un ottimo punto di partenza per chi tra voi vuole intraprendere la ricerca storica di Cristo.

Buona lettura.

FERNANDO LIGGIO
(www.fernandoliggio.org)

Gli esigui riferimenti storici, anche se non falsificati, non si riferiscono direttamente al personaggio Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) (1), ma agli “iniziati” al “movimento cristiano”, visto come una ma-lefica organizzazione settaria di tipo superstizioso, precisamente come “una nuova prorompente superstizione, per-niciosa e malefica [sic!], confluita fino alla città di Roma dove si coltiva ogni atrocità ed ogni vergognosità, tanto che i suoi adepti denominati cristiani si sono dovuti o espellere o condannare al supplizio” (2). Tale evidenza ha, a ragion veduta, indotto alcuni eminenti studiosi ― tra i quali, Bossi (1904) (3), Drews (1909) (4), Guardini (1936) (5), Guy (1964) (6), Cascioli (2001) (7) ― ad evidenziare l’assoluta mancanza di documenti storici attestanti, incon-futabilmente, che il personaggio, comunemente conosciuto come “Gesù il Cristo”, sia realmente esistito. Infatti, le narrazione inerenti il leggendario personaggio si riscontrano nelle copie degli scritti neotestamentari e di altri scritti, definiti “apocrifi”, tutte copie non databili prima del III secolo, allorché il potere politico dominante prese coscienza che l’ideologia della nuova sétta ― inizialmente perseguitata soprattutto per il semplice motivo che il loro rifiuto di ogni altra divinità contrapposta alla loro era considerato come un attacco sovversivo alla sovranità imperiale ― in realtà, essendosi ormai trasformata in “cattolicesimo” (8), risultava di grande utilità all’organizzazione governativa imperialistico-teocratica (9) fondalmente capitalistica. Quindi, la classe politica dominante iniziò ad incentivare il fiorire di tutta una serie di “ajpo-logiVai” (italianizzato “apologie”) (letteralmente “per-discussioni” ed in senso traslato “discussioni per difesa”) da parte dei primi eminenti dotti del nascente “cristianesimo”. Il maggior numero delle “apologie” (ben undici tra le più celebri) furono stilate nel corso del II sec. d. C. durante l’ impero (117-138 d. C.) di Publio Elio Adriano (76-138 d. C.), l’impero (138-161 d. C.) di Tito Aurelio Fulvo Antonino Pio (86-161 d. C.) e l’impero (161-180 d. C.) di Marco Aurelio Antonino (121-180 d. C.) ed, in seguito, ne sono state scritte nume-rose altre fino a tutto l’VIII sec. d. C. Gli “Apologeti”, detti anche “Padri della Chiesa”, furono preceduti dai “Padri Apostolici”. Sono stati così denominati quegli scrittori cristiani antesignani (quindi “pre-Apologeti”), i qua-li, realmente o presumibilmente, hanno avuto dirette relazioni con i cosiddetti “Apostoli” (10). Catelerius (1672) (11), a cui si deve la denominazione di “Padri Apostolici”, ne menziona cinque: Barnaba († 63 d. C.) (12), Cle-mente di Roma (30-100 d. C.) (13), Ignazio di Antiochia (35-107 d. C.) (14), Papia di Gerapoli (63-134 d. C.) (15), Policarpo di Smirne (69-157 d. C.) (16) ed Erma (II sec. d. C.) (17). Questi “Padri Apostolici” furono seguiti da una lunga schiera di infatuati “Apologeti” denominati “Padri della Chiesa” i quali non esitarono ad elaborare e falsifi-care la tradizione storica orale trasferendo, secondo gli interessi della loro associazione settaria, il mito della divinità in un personaggio umano emblematico, costruendogli un’appassionata pietosa vicenda tratta, con ogni evidenza, dalla risultante delle tristi vicende realmente vissute da personaggi psicopatici realmente esistiti, estrapolati da atten-dibili riferimenti storici. Ad esempio, come ricorda Donini (1991), «…Dalla fine della guerra del Peloponneso in poi, per oltre tre secoli, la parola d’ordine della remissione dei debiti, associata a quella della ridistribuzione delle terre, aveva spesso risuonato nel mondo del mediterraneo, sia in oriente che in occidente, ispirando tentativi di ri-volta tra i contadini e gli artigiani impoveriti. Le due rivendicazioni appaiono già accoppiate in Demostene e in Iso-crate, sin dal IV secolo a. C., e riecheggiano ancora in Plutarco, all’alba della nostra era. Quest’ultimo ci riporta un episodio singolarmente affine, nelle sue ripercussioni religiose, al dramma della passione e morte del Cristo. È il ca-so di Cleomene III, re di Sparta, che nel corso del III secolo a. C. aveva proposto di far “cancellare i debiti, ridistri-buire le terre ed emancipare gli iloti”. Cacciato dai suoi, si rifugiò ad Alessandria d’Egitto, organizzò una rivolta contro Tolomeo IV e di fronte al fallimento di quest’ultima impresa, si diede la morte. Prima di uccidersi aveva con-vocato dodici tra i suoi amici e sostenitori per una specie di “ultima cena”: aveva deplorato di essere stato tradito e aveva invitato tutti a desistere da una lotta inutile, come farà Gesù nel Getsemani. Il suo cadavere era stato inchio-dato ad una croce e il popolino, prontamente colpito dalla sua tragica fine e da tutta una serie di eventi straordinari che si erano verificati dopo la crocifissione del suo cadavere, aveva gridato al miracolo e lo aveva proclamato “figlio degli dei”. Va aggiunto, a questo proposito, che tra gli spartani e gli ebrei esistevano rapporti abbastanza stretti, spe-cialmente dopo il trasferimento a Sparta di un gruppo di israeliti, dietro invito del re Areo (309-265 a. C.). Il gran sacerdote Giasone, nel 168 a. C., per sfuggire alla repressione di Antioco IV, aveva ricercato e trovato ospitalità tra gli Spartani. Non si può, quindi, escludere che la storia della “passione” di Cleomene III abbia lasciato tracce nell’immaginazione popolare in terra di Palestina [cfr. Baron S,W.: «A social and religious Histoty of the Jew», New York, 1952-57 e Robertson A.: «The Origins of Christianity», London, 1953]…» (cfr. Donini A.: «Breve storia delle religioni», Roma, 1991). Ma, il più noto degli storici sedicenti “Messia” e sedicenti “Incarnati-divini” è, senz’altro il palestinese, omonimo del personaggio emblematico Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), Yeschuah Bar-Sirach“Padre nostro” che, con molta probabilità, sembra avere ispirato quella attribuita a Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) dai due Evangelisti che scrivono a nome di Matteo e di Luca (cfr. la nota 17 del par. 1 del Cap. IV) ― seguito dall’altro omonimo Yeschuah Bar-Hanania (Gesù Figlio di Anania) (62 d. C.), da Hanina Bar-Dossa (Anina Figlio di Dossa) (I sec. d. C.) famoso per le guarigioni miracolose, da Teuda (Teuda) (I sec. d.C.), da Menachem Bar-YehoudaElkasaï (Elcasai) (I-II sec. d. C.) proclamatosi “Messia-Redentore”, da Scimeön Bar-Kosiba (Simeone Figlio di Cosiba) (II sec. d. C.), detto anche Bar-Kokba (“Figlio della Stella”), ecc. Inoltre, dalle descrizioni evangeliche Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giusep-pe) risulta, comunque, ritenuto un visionario dalle autorità giudicanti (sia ebraico-sacedotali che romane) e ciò è, so-prattutto, documentato dal fatto che tali autorità, secondo la narrazione evangelica, permisero ai soldati di schernirlo con la messa in scena della pantomima di re da commedia come si soleva fare con gli esaltati mentali. A riguardo si ricorda il caso analogo descritto da Filone Alessandrino (17 a. C – 42 d. C.) (“Flaccum”, IV) come segue: «…Vi era in Alessandria un pazzo che si chiamava Karabas [..]. Si trascinò questo disgraziato alla palestra e lì fu fatto salire sopra un palco ben alto perché tutti potessero vederlo. A guisa di corona gli misero sul capo un cesto sfondato e sulle spalle, come mantello, un ruvido tappeto; poi un tale, vedendo un giunco lungo la strada, lo strappò e glielo mise in mano a guisa di scettro. Dopo averlo così decorato con le insegne della regalità, come se fosse un buffone da teatro, alcuni giovani con dei bastoni in spalla formarono intorno a lui la guardia del corpo, mentre altri venivano ad inchinarsi davanti a lui, a chiedergli giustizia, a consultarlo sugli affari pubblici…». D’altra parte, a riguardo, si ri-cordano anche le seguenti considerazioni di Buonaiuti (1926): «…atteggiandosi a Messia, Gesù si costituiva fo-mentatore di uno di quei subbugli, che incutevano così inquietanti preoccupazioni ai rappresentanti di Roma. […]. In verità l’atteggiamento del predicatore galileo poteva avere l’aria di essere quello di un esaltato e di un folle: non aveva alcuna apparenza di essere quello di un pericoloso ribelle. Anche se l’intimo valore del suo messaggio era in un rinnegamento integrale di tutte le forme e di tutti gli istituti, in cui gli uomini stabilizzano la loro tirannia e la loro sopraffazione, la stessa vastità del programma ne paralizzava l’efficacia immediata. Gesù non aveva attuato la dura consegna ricevuta dal padre per sovvertire un governo straniero o per instaurare un effimero monarcato […]. Co-munque, la connivenza comprensibile del sacerdozio e dell’ufficialità giudaica con la podestà politica di Roma non lasciava adito ad alcuna possibilità di scampo. […]. Pilato volle dalla bocca dell’imputato la confessione dell’imputazione, sotto la quale gli era stato consegnato. E lo interrogò se veramente egli fosse il re degli Ebrei. Im-pavido, Gesù rispose laconicamente [a dire degli evangelisti]: “tu lo dici” e dopo ciò si chiuse in un mutismo impe-netrabile [tipico segno di stato psicopatologico (18)]. Pilato sembrò esserne sorpreso. Ma in tutto l’andamento della procedura v’era già abbastanza perché egli si sentisse costretto ad emettere una condanna. L’eventualità di ripercus-sioni nella folla, di cui rigurgitava la Gerusalemme pasquale, poteva suggerire una sentenza immediata, non già la sua dilazione. Le misure pronte ed energiche costituiscono sempre un infallibile mezzo di sedazione della inquieta velleità insurrezionale di una massa. E Pilato lo condannò. Senza por tempo in mezzo, il condannato fu sottoposto alla flagellazione. Dopo di che, il messia, dolorante, fu lasciato in balia alla soldatesca del procuratore, che gli fece subire il ludibrio di una reale parodia…» (cfr. Buonaiuti E.: «Gesù il Cristo», Roma, 1926). Tuttavia, se l’imputato era riconosciuto “fuori di senno” la condanna poteva limitarsi alla semplice flagellazione ed allo scherno. Ciò è ben documentato dal caso di Yeschuah Bar-Hanania (Gesù Figlio di Anania), omonimo di Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), verficatosi nel 62 d. C. Costui, come attesta Giuseppe Flavio (37-103 d. C.) («Guerra Giudaica» VI, V, 3 da 300 a 309), in occasione della festa delle Campane si recò al Tempio di Gerusalemme lan-ciando minacciose invettive di imminente distruzione per cui fu catturato ed interrogato prima dalle autorità giudai-che e poi dal procuratore romano Lucceio Albino (62-64 d. C.) dal quale fu fatto flagellare e fatto rilasciare aven-dolo ritenuto affetto da pazzia. Secondo la narrazione evangelica, la stessa sorte non toccò a Yeschuah Bar-Yosef“Cristo”] Figlio di Giuseppe) poiché il Procuratore romano Ponzio Pilato, nonostante la sua intenzione di evi-targli la condanna a morte, secondo la narrazione evangelica, non si seppe imporre efficacemente, con la sua insin-dacabile autorità, alla iniqua decisione del Sinedrio e del popolo giudaico (19). È storicamente accertato come la primitiva evangelizzazione sia stata esclusivamente orale e, per quanto riguarda i suoi relativi riferimenti che hanno permesso di delineare il personaggio Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), sia stata comple-tamente basata sulla trama risultante da frammenti di racconti riguardanti episodi clamorosi di cronaca, suscitati da fanatici rivoltosi più o meno esaltati, e quindi trasmessi, quali “ajpo-mnhmoneuvmaqa”“retro-ricordineoistruttivi”), via via a successivi predicatori. Infatti, come testualmente afferma Deschner (1962), «…i Vangeli furono tramandati anonimi e solo in un secondo momento la Chiesa attribuì loro i nomi degli autori…» (Cfr. Deschner K.: «Abermals krähte der Hahn. Eine kritiske Kirchengeschichte», Hamburg, 1962) e, come confer-ma Cascioli (2001), «…per dimostrare che quanto scrivevano era vero, ricorsero tutti al sistema di far dipendere i loro Vangeli da fonti originali, cioè da personaggi che, avevano conosciuto direttamente il Salvatore o, alla peggio, che avevano contattato chi era stato con lui. Siccome i nomi più usati furono quelli degli apostoli, in una vera scia-rada di sofismi, questi autori dei vangeli del secondo secolo, non esitarono a mettere in bocca a quegli analfabeti pe-scatori del lago di Tiberiade ragionamenti teologicamente così complessi che spesso neppure loro che li avevano concepiti erano in grado di spiegare tanto che risultavano assurdi e fantasiosi…» (cfr. Cascioli L.: «La favola di Cri-sto», Viterbo, 2001). I redattori dei Vangeli appartengono tutti a più di una generazione successiva a quella dei per-sonaggi “kataV” (“sotto”) il cui nome scrivono. A riguardo Quesnel (1987) precisa che lo scrivere sotto falso nome non deve stupire in quanto «…nell’antichità la nozione di proprietà letteraria era completamente diversa dalla nostra. Un autore che scriveva sotto il nome di un glorioso antenato, rendeva omaggio a quest’ultimo senza avere coscienza di essere un falsario. La pseudoepigrafia ― termine tecnico per designare questa prassi ― era normale…» (cfr. Quesnel M.: «L’histoire des Évangiles», Paris, 1987). Ad esempio, l’evangelista Lévi Bar-Alfaîos (Levi Figlio di Al-feo) detto Matthia (Matteo), addirittura, non può essere neppure vissuto in Palestina, poiché dagli scritti a suo nome si rileva la non conoscenza dei luoghi in cui si sarebbero svolti i fatti da lui narrati. D’altra parte, la costruzione delle infarciture simboliche mitico-leggendarie, aggiunte nei Vangeli nel corso del III secolo, sono state tutte estrapolate dal culto di “Mitra”, antico di oltre 3.400 anni fa, di origine mesopotamica e diffusosi nell’impero romano alcuni secoli prima di quello del “Cristo”. Infatti, il parallelismo tra i due personaggi è stranamente sorprendente! La tradi-zione vuole che anche “Mitra”, come Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), era figlio di “Dio” (il “Dio Sole”), e come lui nacque da una giovane vergine in una grotta la notte tra il 24 ed il 25 dicembre, morì crocifisso a 33 anni, risuscitò dopo 3 giorni ed ascese al cielo, durante la sua breve vita predicò alle ciurme promettendo “salvezza”, “resurrezione” e “vita eterna”, effettuò in sua commemorazione un’“ultima cena” con il gruppo dei suoi intimi fedeli, ecc. (20). (Gesù Figlio di Sirac) (II sec. a. C.) ― il quale ha stranamente operato lo stesso tipo di miracoli, ha predicato gli stessi ammonimenti ed ha persino formulata una preghiera simile al (Mena-chem Figlio di Giuda) (I sec d.C.), da (Gesù [il (
In conclusione, quanto coscienziosamente esposto costituisce l’inconfutabile dimostrazione della mostruosa costru-zione del fantomatico personaggio, dal nome aramaico “Yeschuah Bar-Yosef” ed ebraico “Yeschuah Ben-Yosef” (Gesù [il “Cristo” = l’“Unto”] Figlio di Giuseppe), polarmente conosciuto come “Gesù” (diminutivo del suo no-me), riunendo frammentari episodi, estrapolati da attendibili riferimenti storici, delle tristi vicende realmente vissute da personaggi psicopatici storicamente esistiti ― tra i quali due “Yeschuah”, addirittura suoi omonimi ― conside-rati, dalla locale “Autorità Costituita” dell’epoca, pericolosi sovversivi, poiché solevano sobillare continuamente il popolo ad agire contro il potere oppressivo degli invasori (nel caso specifico i Romani), sia come semplici ribelli difensori dei deboli oppressi ed emarginati, sia come illusi predicatori di un’estrema moralità altruistica, sia come promulgatori utopistici di una pacifica convivenza umana, sia come ostinati riformatori religiosi in netto contrasto con il fondamentalismo farisaico che esigeva la rigida osservanza della legge mosaica. Quindi, allo scopo di ottenere ampio consenso popolare, i gestori (21) dell’ormai avviato “movimento cristiano (= untiano = messianico)” non hanno esitato a creare una carismatica “divinità umanizzata”“messia” della storia giudaica. Pertanto, inevitabil-mente, ne è scaturita la fantastica figura di un tipico personaggio affetto da “Sindrome disideativa illusoria coordi-nata con convinzioni illusorie mistico-religiose-teomegalomaniche-riformatrici” con segni di incipiente tendenza evolutiva (costituiti soprattutto dalla caratteristica insorgenza di complessi fenomeni allucinatori) (22), che, inevita-bilmente, doveva essere fatto risultare condannato alla pena capitale (tramite crocifissione) essendolo configurato come impostore (per la sua arrogante pretesa messianica), pericoloso sovversivo corruttore del popolo e sedizioso rivoluzionario. Comunque sia, l’inconfutabile evidenza che gli evangelisti hanno attribuito al protagonista del loro racconto vicende rilevate fra quelle realmente accadute a famigerati personaggi storici, costituisce la prova più effi-cace, valida a dimostrare che il personaggio comunemente conosciuto come “Gesù il Cristo” in realtà non è affatto esistito. di riferimento, modellandola sulle vicende dei più noti sedicenti

NOTE
(1) Cfr. L’Art. XXIX. IL VERO NOME ANAGRAFICO DEL PERSONAGGIO POPOLARMENTE CHIAMATO “GESÙ”.
(2) Cfr. l’Art. XLI. LA VERITÀ CIRCA LE COSIDDETTE “TESTIMONIANZE STORICHE” RIGUAR-DANTI IL PERSONAGGIO YESCHUAH BAR-YOSEF (GESÙ [IL “CRISTO”] FIGLIO DI GIUSEPPE).
(3) Cfr. Bossi E. (pubblicato con lo pseudonomino Milesbo): «Gesù Cristo non è mai esistito», Bellinzona, 1904. e «Gesù nella storia, nella Bibbia, nella mitologia», Bellinzona, 1935. Le inconfutabili documentazioni addotte nel primo di questi due libri sono state subito contestate da alcuni autori cattolici con ridicole argomentazioni (cfr. Fiori A.: «Il Cristo della Storia e delle Scritture. Risposta al libro di Milesbo “Gesù Cristo non è mai esistito”», Roma, 1905; Rocco C.M.: «Gesù non è mai esistito? Risposta al libro dell’avvocato Emilio Bossi (Milesbo)», Napoli, 1907; ecc.
(4) Cfr. Drews A.: «Die Christusmythe», Iena, 1909.
(5) Guardini R.: «Das Bild von Jesus dem Christus im Neuen Testament», Berlin, 1936.
(6) Cfr. Guy F.: «La fable de Jesus-Christ», Paris, 1964.
(7) Cfr. Cascioli L.: «La favola di Cristo», Viterbo, 2001.
(8) A riguardo è utile riportare le seguenti considerazioni di Orano (1911): «…Il Cristianesimo […] è dovuto diven-tare cattolicesimo per trionfare ed essere accettato dallo Stato per continuare; il Cristo [l’Unto] si è dovuto tramutare nel mitrato arcipotente pontefice rigido nella sua unicità di potenza universale. […]. Ecco il Cristianesimo che si fa Cattolicesimo. Ecco […] il papato dopo il Cristianesimo. […]. Il Cristianesimo non avrebbe avuto ragion d’essere, se non si fosse accumulata ed ingigantita tutta una psiche collettiva sotto lo stato della dominazione romana e dello sfruttamento esercitato dai romani, tra fibra e fibra dell’organismo sociale costituito sulla base della forza espansiva ed oppressiva. […]. L’idea cristiana nasce dalla distrazione di una parte degli uomini dalla rimanente società. […]. Il Cristianesimo è una santa bugia e tanto più sublime in quanto porta al paradosso quello spirito di ribellione alla ne-cessità. Ed è una bugia anzitutto perché è un idealismo: ogni idealismo è una menzogna dinanzi alla realtà. Lo è poi perché esso scaturisce precisamente dall’intimo senso di negazione tutto particolare dei popoli sognatori ossia delle masse le quali hanno soltanto una elaborazione fantastica nel loro insieme di attività mentali […]. Il fatto mistico del Cristianesimo svela un materiale antagonismo di dominatori che sfruttano e di sacerdoti che li proteggono e se ne avvantaggiano, e di una massa che è l’oggetto del dominio e dello sfruttamento. La menzogna sta precisamente in ciò, ossia nel far credere –– dato che vi sia questa necessità di una maggioranza sofferente ed inferiore –– che il sof-frire e l’essere inferiore sono le condizioni di valore, del nuovo valore umano, di quello che lega al bene supremo che si finge, appunto perché non è, fuori del terreno delle cose che sono, ossia dell’esistenza materiale. Il perdono evangelico è la causa che il tradizionale spirito di casta dà al dominio di chi è potente perché ha tutto; è il perdono, ossia il riconoscimento, con l’apparenza dell’acquiescente rassegnazione, che il debole, il povero, il miserabile, lo schiavo fanno del diritto di dominare di coloro che li dominano. […]. Il Cristianesimo nel sermone della montagna si rivela come una formazione di pensieri, di sentimenti e di norme di carattere negativo. […]. Il sermone della montagna non ha nessun intenzione di mutare le cose da quelle che sono. È anzi dal trovarle come esse sono che na-sce ogni ragione cristiana. Sta realmente nello spirito cristiano un nuovo singolare bisogno di soddisfare il senti-mento dell’uomo infelice. Il Cristo [l’Unto] non insegna già i precetti sociali per i quali la vita umana si liberi dalle miserie, dalle debolezze, dal delitto, dalla schiavitù materiale e morale, dalle malattie. Egli riconosce tutte queste cose ed il suo insegnamento si fa ― nella profonda e quasi cieca coscienza della loro ineluttabile necessità –– inse-gnamento di immobilità, di non ribellione, di non resistenza, di insensibilità. Il pensiero-sentimento del sermone della montagna è l’ingentilimento della concessione che l’anima del povero fa alla insuperabilità della povertà e della suggestione avvilente, per l’esperieza di esse. Beati i poveri nello spirito, dice tra le prime espressioni il Cristo [l’Unto] nel sermone, poiché loro verrà dato il regno dei cieli. È la meno attiva risposta ad una necessità che in altri tempi ha trovato, invece, una reazione nella energia umana modificatrice. I poveri di spirito, i deficienti, gli ebeti, i pazzi, in base alla sapienza scientifica, la società li prende e li isola, li cura, li corregge. Quindi, La società toglie i beati al regno dei cieli; così strano ed inconcepibile regno se esso dovrà essere pieno di poveri di spirito! Cristo [Unto] che promette il paradiso ai poveri di spirito [a riguardo si pensi che, come ha evidenziato Yadin (1962), l’espressione “poveri di spirito” nel rotolo sulla guerra, rinvenuto a Qumrận, è usato in linguaggio militare per indi-care i “combattenti” per una giusta causa (cfr. Yadin Y.: «The Scroll of the Sons of Light against the Sons of Darkness», Oxford, 1962)! Quindi, i “Kamikaze” sarebbero dei “poveri di spirito” abilmente manipolati per una presunta “giusta causa” e premiati con la promessa dell’avere assicurato l’accesso al “Regno dei cieli”!] […] nella coscienza moderna non trova più il suo posto […]. La fortuna del Cristianesimo sta nell’essere la più completa re-missione a quanto esiste. Il male, il vizio, l’avvilimento, il dolore sono […] una necessità, una verità. Non possiamo che riconoscerlo e non possiamo essere superiori alla sofferenza dicendo: beati quelli che soffrono; la più grande promessa […], il paradiso, è per quelli che soffrono e per i poveri. […]. In fondo il Cristianesimo si riduce a dire quello che è con la serena dolcezza e la semplicità di chi nulla può modificare e fare; […]. Il Cristianesimo racco-glie, con semplicità breve di assiomi parabolici, l’antichissima formazione dell’anima più parlante e meno facente, quella della massa povera, cui è tema continuo di lamento e di disperazione, di sospiro e di speranza, di desiderio e di sogno, la trama dei piccoli dolori particolari accanto alle fondamentali immense miserie comuni. Dire che si sof-fre e che insieme si pecca e si commette azioni contro la legge; questo è già gran parte del Cristianesimo. Di fatto il Cristianesimo si risolve in una contemplazione della inattività povera sul fare. Il Cristianesimo è un derivato di ap-prezzamenti e più specialmente dell’apprezzamento che la massa, la folla misera, avvilita, oziosa, ciarliera, maldi-cente, pronuncia sulle azioni di chi è in alto e domina. […]. Dobbiamo persuaderci che una delle radici rapidissima-mente efflorescenti del pensiero cristiano è il piacere del dolore [cioè il masochismo]. Sarà facile allora spiegare i martiri e la loro inclinazione a sottomettersi al martirio, a farsi oggetto delle azioni più violente ed intense della sof-ferenza. […]. Nel Cristianesimo il pensiero primo è quello della felicità, consistente nell’accettare serenamente il male che martirizza l’uomo e, quindi, il pensiero della trasfigurazione del soffrire-delizia in un diritto al premio, al regno celeste, al paradiso, sino alla suprema beatitudine della vita immateriale]. […]. Cristo [Unto] non ha recato nulla di nuovo nella predicazione. La fortuna del Vangelo sta appunto nella eternità monotona, nella immutabilità dell’elemento semplice di quello che vi si dice. […]. La rapida suggestione esercitata dalla parola di Cristo [di Unto] deve condurre ad una prima definitiva conclusione: quello che egli diceva tutti lo sentivano perché tutti lo avevano già in loro, in quella forma indeterminata ed oscura con cui tutti gli stati mentali un po’ astratti sono nella massa de-gli incolti; quello che Cristo [Unto] diceva doveva essere di una così profonda ed antica esistenza nella mente po-polare dei poveri da trovarla consona, rispondente, favorevole, convincente. […]. Il non dar nulla a chi nulla ha, il nessun tentativo del muoversi, del tendere, del fare, può dare una incredibile elettricità di beatitudine trepida e lunga allo spirito, il penetrare sino in fondo al sentimento più solitario contemplarlo nel suo non potere, sollevarlo lenta-mente nella deliziosa acquiescenza dell’anima assonnata, insegnare all’anima che essere come si è, consiste la su-prema saggezza […]: ecco il Cristianesimo. […]. Che cosa ha insegnato dunque Gesù Cristo [Unto]? Le parole del predicatore, discendente del re Davide di Gerusalemme, erano tutta la materia del pensiero popolare. Vanità delle vanità, ogni cosa è vanità. […]. Quello che è stato è lo stesso che sarà; e quello che è stato fatto è lo stesso che si fa-rà; e non vi è nulla di nuovo sotto il sole. […]. È il canto monocorde, monotono del vecchio Ecclesiaste, severa-mente incantato nella sua profonda delizia di scetticismo per il mondo esterno. E Cristo [Unto]? Che cosa ha egli detto di più? Che cosa ha aggiunto alla grandiosa voce del re Davide di qualche migliaio d’anni prima? Che cosa mai diceva alle turbe tenute nel fremito silenzioso dell’aspettativa? “Beati i poveri di spirito, i mansueti, i dolenti, gli affamati, gli assetati, i commiseranti, i puri di cuore, i perseguitati e gli avviliti”. E la enorme turba di ignoranti, di mansueti, di dolenti, di avviliti, di affamati, di semplici, levava il suo urlo di approvazione. Beati noi che siamo felici senza avere nulla, senza nulla potere e sapere e capire! E egli […] continuava a ripetere il salmo antichissimo, il canto ripetuto di chi sa quante disillusioni e sventure ignote. Voi siete la luce del mondo, continuava. […]. Il Cri-stianesimo muove dal bisogno ideale di risolvere il problema del sentimento di fronte alla necessità delle cose e delle condizioni che non soddisfano e che producono il male. […]. Il vangelo, seguendo il cammino di tutti i mistici-smi sociali, collettivi, riduce il problema della felicità e, quindi, le difficoltà di risolverlo. […]. Non si tratta di far intervenire l’intelligenza in un lavoro di scelta, in una difficoltà di giudizio e di apprezzamento. Anzi l’intelligenza non è necessaria e, meglio, non è nemmeno utile e, a volte, danneggia il supremo raccogliersi dello spirito su di sé medesimo, impedendo che sul nuovo esile ma dritto ed alto stelo di fede, che non ha quasi oggetto di fede, si formi il frutto bramato, teneramente luminoso della beatitudine. Non bisogna né sapere né fare nulla. […]. La nessuna novità dello spirito evangelico consiste nel fatto che il Cristo [Unto] di Galilea parlò le parole dell’esilio morale, dell’autosottrazione dell’anima al legame del vivere sociale, della evasione dalla società, ad un mondo che da innu-merevoli generazioni aveva sentito il bisogno di nascondersi in sé medesimo e di avere, senza dolore, senza fatica, la sublime beatitudine immutata; poiché, sfuggendo alle cose, agli uomini, alla società, alle contrarietà, agli ostacoli, alla lotta, al bene ed al male materiale, alle disillusioni, alle brame, ai sogni, lo spirito si distende in placidezza di trascendenze senza turbamento, senza confini. […]. Se soddisfacendosi, il desiderio non risorgesse più, se non so-pravvivesse lo stato di fastidio insostenibile, dopo ogni azione ed ogni esperienza, la coscienza cristiana non sarebbe nata. Io definirei il Cristianesimo, da questo lato, il primo tentativo di sopraffare, di vincere il pessimismo spontaneo e necessario, del resto della vita umana. Ed è un mezzo radicale, estremo, appunto perché estremo il fine. […]. Cri-sto [Unto] ha cantato l’inno della sua vita dolorosa, per lo meno angustiata, avvilita, smaniante di uscire dalle condi-zioni tradizionali le quali la soffocavano e la deformavano, e con l’inno della vita sua quello di tutti i componenti di molte classi, di interi strati sociali, ove la sciagura era legge, il dolore necessità, la rassegnazione sistema. Egli non l’ha insegnata questa rassegnazione. I Paria indiani l’avevano, mille e mille anni prima, ispirata al loro poeta; i mi-lioni e milioni di schiavi di tutte le razze e di tutte le epoche antecedenti l’avevano sentita passare, questa rassegna-zione, come un brivido ravvolgente, come un fremito di oscura freschezza sotto gli anelli delle loro pesanti catene, dentro consunti corpi angosciati dalle ferite e della ferocia dominatrice. […]. Il povero, lo schiavo, il reietto, il mise-rabile, sono sempre di fronte al signore, al ricco, al dominatore, al felice, al superbo. […]. Il Cristianesimo è una funzione particolare dello spirito di massa, il quale ha trovato in tutte le epoche le sue voci parlate e le sue voci scritte, i suoi poeti, i suoi parabolisti, i suoi vangeli, ed i suoi cristi [unti], le sue leggende ed i suoi culti, le sue esal-tazioni e le sue fortune. Poiché non è vero e non deve andar più sulle bocche di tutti ripetuto ed indiscusso che solo al Cristianesimo sia toccata la fortuna di far fortuna prevalendo ed infuturandosi. Ogni sentimentalismo remissivo, ogni espressione rassegnata delle masse lungamente oppresse ed impossibilitate, nella loro esistenza, alla trasforma-zione economica morale, ha levato il fiore della sua zolla, ha scritto il libro dei suoi dolori […]. Il Cristianesimo del Cristo [dell’Unto] di Palestina ha avuto realmente questa eccezionale fortuna; di essere, cioè, il reagente spirito del mondo avvilito e smentito dalla storia del mondo pagano il quale segna l’elevazione occidentale nella storia che noi oggi possiamo fare. […]. Quando parlò il Cristo [l’Unto] di Galilea, la rifinitezza della sofferenza umana era squisi-ta. Il dolore e la miseria umana, nel sentirsi e nel conoscersi, erano divenute una scienza. E i poveri erano tanti cristi [unti] allora. Un cuore di Gesù palpitava angosciosamente nel petto d’ogni uomo, e gli uomini, al disotto degli strati ove la vita si faceva col dominio del più forte e del più bello, lotta generante implacabilmente la schiavitù, al di sotto di quella lotta, gli uomini, sedimento torbido della lotta stessa, si sentivano uguali e senza distinzione di sesso, senza differenza di patria. Quello che non aveva voluto fare la potenza ricca, lo aveva dovuto fare la miseria gracile e mo-ribonda. I reietti dell’umanità sono stati i fabbricatori dell’idea di eguaglianza morale esclusiva, si intende, poiché essa si fattura fuori d’ogni campo di attività storico-sociale. […]. Il Cristianesimo è proprio degli sciagurati, degli angosciati, degli ammalati, dei deboli. Quando mai la salute e la gioia, la felicità e la forza hanno badato a lui? […]. Il sentimentalismo cristiano è una funzione psichica necessaria in certe condizioni sociali. In tale sentimentalismo che passa attraverso al terreno storico ebraico prima di riuscire ad enunciati più chiari e più suggestivi, come sono quelli degli Evangeli, sta un fondo d’interpretazione della vita che nessuna storia speciale ha propriamente creato, che risale con l’immenso proletariato di tutti i luoghi. […]. Il Cristianesimo di Cristo [di Unto] palestinese non è un’aurora, ma un tramonto; non è un principio, ma una conclusione. L’opinione potrà apparire rude ed iperbolica agli inabituati alla critica scevra di tradizionalismi. Poiché ciò non si concilia più con l’idea del cristianesimo rinno-vatore del mondo, che ha dato un’anima al povero e che ha suscitato la reazione dello schiavo. Poiché ciò non può andar d’accordo col criterio odierno, che mentre l’evangelismo è quasi in tutto il gran finale dell’opera sentimentale umana, la cosa nuova sia, invece, la Chiesa. La quale Chiesa diventa l’oggetto materiale, dinanzi alla cui analisi l’evangelismo non può essere nulla più di una letteratura, o di una chiesa ideata e non realizzata, o di un cristianesi-mo non riuscito. Maniera nuova di concepire la questione fortemente argomentata, dal fatto che il Cristianesimo, dove nasce, scompare quasi subito appena nato. Il fenomeno palestinese è un momento di inquietudine, l’agglomerarsi repentino di una folla misera che urla ed acclama; è il rapido elevarsi di una foresta di braccia scarne, e poi la violenza delle armi romane, la repressione, la condanna, e poi lo svanire d’ogni cosa nel brusio sopito di una leggenda melanconica. La Chiesa cristiana, invece, si fa nel mondo latino. È un tipo di associazione umana nuova, che nello storico terreno pagano si elabora. […]. Gloria, dunque, di storia latina, è tale trasformazione psichica uma-na, per la quale è venuto accadendo che si formassero relazioni di rassegnazione tra chi soffre e chi è anche causa di quella sofferenza e si venisse ad una concessione di sentimento tra chi ha, verso chi non ha. La lotta è certamente il mezzo, è la legge del divenire storico; ma ciò non toglie che i potenti ed i vincitori abbiano, un bel momento, dovuto adoperare con certi riguardi con i vinti ed i deboli, quasi una concessione oppure una transazione e, fino ad un certo punto, un patto. Patto che la Chiesa, appena costituita, sente la necessità di sanzionare. E il debitum legale canonico riconosce appunto il dovere che la Chiesa ha, ed assume, di mantenere i poveri alla condizione che restino poveri. […]. La teologia è il Cristianesimo, come la teoria del filosofo è il volgare empirismo delle masse. Il Cristianesimo è una filosofia anche esso; ma se è vero che il rabbi nazarenico ha persuaso la gente ignorante e povera, a che cosa mai serve l’andare a cercarne le ragioni nella teologia, che è un artificio, che è una voluta costruzione continuata per cento e cento anni e che i concili hanno il gusto di non voler fare finire e che le masse non possono leggere? Esclu-sivamente filosofia di plebe, in tutto e per tutto espressione storica antichissima di credenze dolorose e di sentimen-to, il Cristianesimo va analizzato nel farsi medesimo della psiche collettiva. […]. Dare spiegazioni teologiche del Cristianesimo, per via di enunciati più o meno dogmatici, è volerne proibire l’intelligibilità a tutta l’immensa massa che non può e non sa prendersi il lusso raffinato della metafisica e del dogma. L’insorgenza teologica nel contenuto di quell’elementare e gracile sentimento popolare, tradizionale quasi come la miseria, in cui Cristo [Unto] non mise di nuovo che la dolce debolezza affettuosa del suo temperamento di sognatore, ha fatto sì che, perdutasi dietro lo spessore dei dogmi e delle indefinite complicazioni teologiche la visione di quel povero paesaggio psicologico pale-stinese, si incominciasse a scorgere cattolicamente il fenomeno mistico e a non saper più intendere un enunciato evangelico che attraverso formule, definizioni ed artificiosità. C’è stata dunque nella Chiesa la tendenza a rendere il Cristianesimo difficile. La Chiesa essendosi proposto il dominio come scopo, se avesse lasciato povero di dialettica, privo di schemi, nella sua lineare e breve figura enunciativa, il Vangelo delle masse, ove avrebbe potuto attingere la forza psicologica del suo misticismo, leva del sistema sociale e politico che ella doveva far riuscire? Per tale ragione l’ignorante non ha mai conosciuto Cristo [Unto], ma il papa; non ha mai assistito al miracolo, ma alla messa; non ha mai visto i morti resuscitati, ma ne ha ricevuto l’imposizione. La Chiesa ha posto in contatto dell’uomo debole, per-ché privo […] d’esser curioso del vero, la grandiosa e spesso paurosa sceneggiatura del fasto cattolico. Al Vangelo, che è, in altre parole, uno dei tanti risultati dei primitivi empirismi delle masse, la Chiesa non ha lasciato avvicinare alcuno. La via sarebbe stata troppo breve e senza stanchezza […]. Invece la via ha dovuto essere quella della dottri-na, del simbolo, della teologia, del dogma, lunga, con molte salite, una via di lusso certamente, ma così costruita che i passeggeri sentono ogni istante il pericolo di mettere piede in fallo o, per lo meno, di camminare dove non si deve e, siccome i maestosi palazzi di quella via sono ricoperti di moltissime iscrizioni, grande parte delle quali proibisco-no che si guardi qua o là, il pericolo di rivolgere gli occhi per mala attenzione dove non è permesso. […]. La Chiesa da tanti secoli raccoglie le sue verità […]. Il cattolico vero deve saperle tutte ed, in mancanza di questa capacità, de-ve esercitare con precisione le regole del culto esterno, onde supplire formalmente alla inferiorità che è la titanica forza storica del sistema ecclesiastico. […]. A forza di sovrapporne, ossia a forza di scomparire quotidianamente sotto il monte dei paludamenti, il mondo cattolico ha perduto persino il più tenue concetto del Cristo [dell’Unto]. […]. La teologia è divenuta la tendenza intellettuale della chiesa, il suo automatico movimento ideale. Il teologo, facendo punto di partenza il Vecchio Testamento, arrestandosi a lungo nel Nuovo, discende giù, attraverso i Padri, ai Dottori, ai grandi cultori di patristica, ai giganteschi enciclopedisti della teologia. Tutta questa gente, a mano a mano che procedeva verso la modernità, si è venuta persuadendo che nel Vangelo c’è tutto. I sani e giusti movimenti di idee umane, le lotte per i rinnovamenti morali, i trionfi entusiastici della beneficenza, le vittorie dello spirito altrui-stico: tutto in quei quattro brevi racconti senza pretese accettati dai concili cattolici! …» (cfr. Orano P.: «Cristo e Quirino (il problema del Cristianesimo)», Firenze, 1911).
(9) Infatti, tutte le azioni attribuite dagli evangelisti al costruito personaggio Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), sono chiaramente finalizzate a rinforzare l’“imperialismo teocratico”, tanto che Calcioli (2001 con mirabile efficacia non esita ad affermare quanto segue: «…Tutti imbrogli finalizzati al raggiungimento di quell’imperialismo teocratico che era intrinseco nel suo monoteismo, tutte chiacchiere per abbindolare coloro che sono resi creduli dall’ignoranza, tutte dimostrazioni per truffare i miserabili, gli emarginati e tutti quei falliti che so-no portati a cercare in cielo ciò che non riescono ad ottenere sulla terra. […]. Promettendo una ricompensa dopo la morte a coloro che avrebbero sopportato con rassegnazione le ingiustizie ricevute su questa terra, minacciando i ric-chi di escluderli nel paradiso […], cos’altro aveva fatto se non sostenere l’ipocrisia di un falso socialismo che, pro-crastinando la giustizia dopo la morte, avrebbe lasciato le cose esattamente come stavano […]. D’altronde quale al-tra morale poteva predicare lui che stava per diventare un re se non quella che conviene agli imperialismi? Come sarebbe potuto pervenire alla teocrazia dal dominio universale sostenuta dalla sua Bibbia se avesse predicato vera-mente un’ideologia che esclude l’alienazione intellettuale dei popoli, quell’alienazione di cui le religioni hanno bi-sogno perché si debba credere senza comprendere?…» (cfr. Cascioli L.: Op. cit., Viterbo, 2001).
(10). Gli scritti dei “Padri Apostolici” per contenuto e forma sono affini all’“Epistole” neotestamentarie ma, ri-spetto alla funzione parenetica (ammonitorio-esortativa) e “de propaganda fide”, vi predomina l’aspetto esegetico (interpretativo). Gli autori cercano con semplici espressioni di chiarire ai neocredenti l’importanza della salvezza ap-portata da Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), la necessaria imposizione di ubbidienza ai superiori ecclesiastici, gli avvertimenti riguardo i pericoli delle eresie e degli scismi, ecc. Tali scritti sono di straor-dinario interesse per la comprensione del pensiero del cristianesimo primitivo e costituiscono la più antica testimo-nianza della tradizione religiosa cristiana.
(11) Cfr. Cotelerius F.: «Patres aevi apostolici», Paris, 1672.
(12) Il relativo scritto consiste in un’“Epistola” attribuita a Barnaba († 63 d. C.), il compagno di Schaöul (Paolo di Tarso) (5-70 d. C.), presumibilmente composta a suo nome tra il 70 ed il 170 d. C. (con molta probabilità tra il 96 ed il 98 d. C) e che non ha nulla in comune né con il «Vangelo di Barnaba», andato completamente perduto e nominato nell’elenco del Decretum Gelasianum, né con l’omonimo «Vangelo di Barnaba» composto nella seconda metà del XVI secolo (cfr. il par.5). Tale “Epistola” asserisce che Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) è “oJ uiJoV” tou` qeou`” (“il figlio di dio”) – cioè il figlio del “Temuto (Elohên) Onnipotente (Sahddaj) Padrone-nostro (Adon-aj) IL QUALE È (YHAWEH) in cielo (djvô = qeoV” = deus = dio)” –, è preesistente al creato ed è partecipe alle decisioni del padre celeste, carnalmente è venuto come discendente di Davide per rendersi accessibile all’umanità e riscattare i peccati d’Israele. Pertanto, ha sacrificato il suo corpo sulla croce ottenendo la remissione dei peccati e la rinascita degli eredi delle antiche promesse.
(13) Clemente di Roma (30-100 d. C.), indicato come “sunergw`n mou” (“collaboratore mio”) da Schaöul (Paolo di Tarso) (5-70 d. C.) (Filippesi IV, 3), fu il quarto Papa (88-97 d. C.). Di lui sono in lingua originale greca sono pervenute soltanto due “Epistole” indirizzate ai Corinti. Ma, la seconda, al pari delle cosiddette “Pseudoclementine” e di altri scritti genericamente denominati “Clementini”, composti nel III secolo, non si posso-no attribuire a Clemente di Roma (30-100 d. C.). Comunque, dall’unica “Epistola” autentica si legge che Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) è stato inviato dal Padre [il “Temuto (Elohên) Onnipotente (Sahddaj) Padrone-noi (Adon-aj) IL QUALE È (YHAWEH) in cielo (djvô = qeoV” = deus = dio)”] per la salvezza dell’umanità: «…toV ai|ma aujtou` e[dwken uJpeVr hJmw`n jIhsou`” CristoV” oJ kuvrio” hJmw`n ejn qel-hvmati qeou`. kaiV thVn savrka uJpeVr th`” sarkoV” hJmw`n kaiV thVn yuchVn uJpeVr tw`n yucw`n hJmw`n…» («… il sangue suo diede per noi Gesù Cristo il padrone nostro per volontà di dio [il “Temuto (Elohên) Onnipotente (Sahddaj) Padrone-nostro (Adon-aj) IL QUALE È (YHAWEH) in cielo (djvô = qeoV” = deus = dio)”], e la carne per la nostra carne e l’anima per la nostra anima…». Mentre della sua opera fondamentale intitolata « jA-navgnwsi”» («Riconoscimento»), ne è pervenuta solo una traduzione latina («Recognitio») effettuata da Rufino di Aquilea (345-411 d. C.) e stampata per la prima volta da Tauchnitz a Lipsia nel 1838.
(14) Scritte con sicurezza da Ignazio di Antiochia (35-107 d. C.) si conoscono sette “Epistole” (indirizzate rispetti-vamente alle comunità protocristiane di Efeso, Magnesia, Tralle, Roma, Filadelfia e Smirne ed a Policarpo vescovo di Smirne). In esse si legge che Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) – pensiero, verbo ed eterno figlio unico di Dio [il “Temuto (Elohên) Onnipotente (Sahddaj) Padrone-nostro (Adon-aj) IL QUALE È (YHAWEH) in cielo (djvô = qeoV” = deus = dio)”] – è Dio egli stesso (“…qeoV” hJmw`n jIhsou`” CristoV”…”) (agli Efesini XVIII, 2), fattosi visibile all’umanità incarnandosi come “figlio dell’uomo” e fattosi perseguitare e cro-cifiggere per la redenzione. Inoltre, vi si leggono espressioni chiaramente antisemitiche come “nella religione ebraica vi sono falsi insegnamenti, perfidie, vecchie ed inutili dicerie, orribili artifici, ecc.” (ai Filadelfensi VI, 1 e seg.; ai Magnesiensi VIII, 1 e seg.; ecc.) (cfr.Weijenborg K.: «Les lettres d’Ignace d’Antioche. Étude critique litté-raire et de la théologie», Lei, 1969).
(15) Di Papia (63-134 d. C.), vescovo do Gerapoli (in Frigia), si ricorda la sua massima opera in cinque libri intito-lata «Exhvghsi” tw`n lovgiwn tou` kurivou» («Esposizione dei detti del padrone»), andata perduta, della quale se ne conosce un frammento (cfr. la nota 5 del par. 2) riportato da Eusebio di Cesarea (265-339 d. C.) nella « jEkklhsiastikhv iJstoriva» («Storia ecchlesiastica») (III, 39).
(16) Di Policarpo di Smirne (69-157 d. C.) è pervenuta soltanto un’“Epistola” indirizzata ai Filippesi con la quale dà degli ammonimenti contro i doceti [credenti che il corpo di Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giu-seppe) fosse un fantasma] ed esorta all’obbedienza verso i sacerdoti ed i diaconi.
(17) L’unica opera di Erma (II sec. d. C.) che si conosce è il «Pastore». Tale opera, ricostituita attraverso le citazioni di antichi autori, attraverso un’antica versione latina ed attraverso delle parti contenute in due manoscritti greci. Uno, rinvenuto nel convento di Athos, completamente mancante dell’ultima parte, e l’altro, contenuto nel Codex Sinaiti-cus, che ne contiene soltanto la prima e la terza parte. Comunque, in tale opera non è mai direttamente menzionato Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), ma vi si apprende che il “Figlio di Dio” è lo “Spirito Santo” che si è fatto carne: «…oj deV ui>JoV” pneu`ma a{giovn ejstin […] toV pneu`ma toV a{gion toV proovn, toV ktivsan pa`san thVn ktivsin, katwv/kisenoJ qeov” savrka, h{n hjbouvleto…» («…il figlio è lo spi-rito santo […] lo spirito il santo il presistente, che creò ogni creatura, dio [il “Temuto (Elohên) Onnipotente (Sahddaj) Padrone-nostro (Adon-aj) IL QUALE È (YHAWEH) in cielo (djvô = qeoV” = deus = dio)”] lo fece abita-re nella carne, che aveva designato…») (Pastore LVIII, 2 e LIX, 5).
(18) Cfr. Art. XLII. ANAMNESI PATOLOGICA DEL PERSONAGGIO YESCHUAH BAR-YOSEF (GESÙ [IL “CRISTO”] FIGLIO DI GIUSEPPE).
(19) Il tentativo di Ponzio Pilato di salvare ad ogni costo Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giusep-pe) non era certamente motivato da un sentimento di pietà nei riguardi di un innocente, ma semplicemente per oppo-sizione alla volontà del Sinedrio. Infatti, a riguardo Potin (1994) non esita a dichiarare quanto segue: «…All’origine dei tentativi [di Ponzio Pilato] per salvare Gesù non ci sono certamente considerazioni giuridiche o umanitarie, ma piuttosto il suo odio verso i giudei. Fin dall’inizio del processo, vedendo che i membri del sinedrio volevano forzar-gli la mano, Pilato si guardò bene dal fare loro questo piacere. Non sarebbe diventato lo strumento delle loro richie-ste! Ma alla fine deve rassegnarsi quando minacciano di denunciarlo all’imperatore…» (cfr. Potin J.: Op. cit., Paris, 1994).
(20) Cfr. Ruggero I.: «Mitra», Marsilio, Venezia, 1998; Pavia C.: «Oro, incenso e Mitra», Gangemi Editore, Roma, 2003; Frau S.: «La strana storia di Mitra, Dio sosia di Gesù Cristo». La Repubblica, 29 agosto, 2000, ecc.
(21) La religione “cristiana” (= “untiana”) è inevitabilmente nata, come ogni altra religione, dalle esigenze umane del luogo e del momento, imponendosi per i suoi principi apparentemente innovatori e consolidandosi nel tempo per l’abilità dei suoi interessati gestori, costituitisi in “gerarchia ecclesiasica”. Quindi, il “cristianesimo” non ha un singolo fondatore, ma è stato prodotto da una particolare società umana per soddisfare i propri bisogni. Il relativo processo costruttivo è stato magistralmente sintetizzato da Bonanate (1994) come segue: «…Anche il cristianesimo, come tutte le religioni, è un prodotto dell’uomo, e l’uomo all’inizio dell’era volgare si è costruito una religione in grado di rispondere a bisogni, consci o inconsci, che egli aveva. Il cristianesimo si è imposto perché dava qualcosa di più delle altre religioni allora esistenti. Sia quella pagana, sia quella giudaica, benché in modi e per motivi diversi, lasciavano poco spazio al singolo: la prima lo sommergeva nei valori atavici della città, la seconda nei valori etnici del popolo. La grande novità introdotta dal cristianesimo fu l’idea e la realtà di una chiesa, cioè di un gruppo al quale si aderiva rimanendo membri della città o del popolo in cui si era nati, capace però di trasmettere maggiori certezze illusorie di quelle che ambedue sapevano conferire. La gerarchia ecclesiastica vedeva nella “successione apostolica” […] la garanzia dell’insegnamento impartito, in una fedeltà rigorosa al “deposito della fede”, trasmesso senza interruzioni fin dal momento della fondazione della chiesa. Per questo motivo proclamava di avere il potere e il compito di definire ciò che è verità e di assoggettare i fedeli al suo ossequio. Quella verità [che, in realtà, era men-zogna spacciata per verità] non la conquistava la ragione (e, quindi, non si identificava con la verità autentica), ma apparteneva all’organismo suo custode, con il quale si trovava in un rapporto esclusivo e determinante. Dal punto di vista sociologico si trattava di una innovazione di rilevante portata, in quanto spostava l’accento da nozioni […], ap-partenenti all’esperienza irriflessa di qualsiasi uomo (pagano o ebreo), al gruppo nel cui interno risiedeva tutta la “verità”, rivelata da una figura storica vissuta pochi decenni prima, in seguito resa patrimonio comune di chiunque volesse accettarla…» (cfr. Bonanante U.: «Nascita di una religione. L’origine del cristianesimo», Torino, 1994. D’altra parte, nell’Opera « jAlhqhV” lovgo”» («Discorso veritiero»), composta intorno al 170 d. C. dal filosofo platonico Celso (II sec. d. C.) si presentava Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) come un comune truffatore, attribuendo tutto ciò che era straordinario in lui all’invenzione dei suoi primi seguaci e spiegando il rapido diffondersi del cristianesimo come dovuto all’impressione suscitata nelle menti incolte dalle spaventose immagini del giudizio universale e del fuoco eterno infernale (cfr. Colonna A.: «Contro Celso di Origine», Torino, 1971 e Roma, 1976; Lanata G.: «Celso. Il discorso vero», Milano, 1987; ecc.); tuttavia, fra i frammenti riportati da Origene (185-254 d. C.) in «Contro Celso» si legge il seguente contraddittorio di un giudeo che si rivolge a Ye-schuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) dicendogli: «…Tu dici che un fantasma di uccello ti ha sorvolato scendendo dall’alto, mentre eri immerso nel fiume accanto a Giovanni; quale testimonio degno di fede vi-de questo fantasma, ovvero chi mai sentì la voce dal cielo che proclamava te Figlio di Dio?…» (I, 41). Comunque, la dimostrazione inconfutabile, che il personaggio emblematico Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), dalla descrizione evangelica, non doveva affatto avere l’intenzione di fondare una nuova religione, è data dal fatto che si mostrava fermamente convinto della sua predizione, rivelatasi fallita, come si verifica per ogni ciar-lataneria,

Dove Gesù non ha mai camminato venerdì, Set 22 2006 

Interrompo l’analisi del vangelo di Marco per portare alla vostra attenzione un interessantissimo testo che racconta, in modo anche un po’ canzonatorio così da rendersi più leggero, come Gesù non possa essere mai stato nei vari luoghi biblici.
Il testo è discretamente lungo ma infinitamente interessante, buona lettura a tutti!

Dove Gesù non ha mai camminato

Zarathustra e le radici del Cristianesimo giovedì, Ago 10 2006 

Lasciamo da parte, per questa pausa d’Agosto, i discorsi sui vangeli e andiamo invece a dare un occhiata alle radici del Cristianesimo. Un po’ ovunque potrete leggere dei Cristiani delle origini, secondo la religione perseguitati dai Romani e secondo la storia puniti dai Romani in quanto sovversivi e ribelli. Come sappiamo il Cristianesimo, o meglio il Messianismo di Gesù, nacque basandosi sulla religione Ebraica, ma il popolo Ebraico, essendo un popolo nomade, non ha mai avuto una religione forte ed unica, sino a quando non fu liberato dall’esilio Babilonese.
Quando Nabuccodonosor deportò il popolo Ebraico in Babilonia, qui gli Ebrei entrarono in contatto con una religione forte, una religione basata su un solo dio, una religione che teneva unito il regno. Alla vista di questa Teocrazia così funzionale, una volta liberato da Ciro il Grande, il popolo Ebraico si mise al lavoro per generare la propria religione, basata su quello che aveva appreso dai Babilonesi, e così nacque il Pentateuco, ovvero i primi cinque libri della Bibbia.
Ma qual’era questa religione Babilonese? Si chiamava Zoroastrismo, filone teologico nato dal Mazdeismo, e affondava le sue radici addirittura a mille anni prima di Cristo.
Secondo la tradizione lo Zoroastrismo, anche detto Mazdeismo, nasce con la parola di Zarathustra (Zoroastro), nella Persia di circa 8000 anni fa: l’attuale Iran. In realtà, anche se alcuni zoroastristi lo fanno risalire solo al 600 a.C., analisi storiche sullo stile della sua scrittura situano la vita di Zarathustra fra il 1500 e il 1000 a.C.

Il Mazdeismo adora Ahura Mazda, il “Saggio Signore”, creatore del mondo e dell’uomo, che sarà giudice alla fine dei tempi. Egli agisce tramite Spenta Mainyu (in avestico “santo spirito”) di cui è padre, i sei amesha spenta, “santi immortali”, sorta di arcangeli, e gli yavata (“venerabili”), analoghi agli angeli minori, fra cui Mitra è il più importante. Il nemico di Ahura Mazda è Angra Mainyu, (“spirito malvagio”), dio del male, della menzogna, delle tenebre e dell’impurità e origine delle malattie, che agisce circondato dai sei daeva, i demoni, e che si è ribellato a Mazda 3000 anni dopo la creazione del Mondo.

Nello Zoroastrismo i due Mainyu, Spenta e Angra, che si rivolgono rispettivamente al bene (asha) e al male (drug), così come gli amesha spenta, gli yavata e i daeva, sono spiriti nati nel mondo creato da Mazda, e acquisiscono spesso carattere di principi astratti, concetti etici, il cui confronto avviene a livello di coscienza individuale, tanto che si può parlare del primo vero monoteismo della storia della religione.

Il libro sacro dello Zoroastrismo è l’Avesta, che include le parole originarie di Zarathustra, raccolte nei cinque inni detti Gatha. Il Mondo secondo lo Zoroastrismo deve attraversare tre ere: la creazione, il mondo presente, in cui il Bene e il Male si mescolano e si fronteggiano, l’era finale, in cui il Bene e il Male saranno separati e il Bene vincerà sul Male, grazie all’intervento di un Saoshyant (“Salvatore”), nato da una vergine della genia del profeta Zoroastro, che risorgerà dalla morte per essere giudice nel Giudizio Finale.
Zoroastro per primo predicò la resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale in cui l’uomo, al cospetto di Dio, deve rispondere delle sue buone e cattive azioni.

Lascio, come sempre, a voi il giudizio di queste informazioni, aggiungendo anche un’altro dettaglio : Ahura Mazda fece piovere su tutto il mondo per liberarlo dal male, salvando gli animali e ponendoli in un palazzo su di un monte altissimo.
Di seguito vi riporto un testo (che avevo trovato su un sito di cui purtroppo ho perso il link) piuttosto lungo ma molto interessante riguardo a Zarathustra. Buona lettura, spero vi basti per un po’.

Così parlò Zarathustra a Gesù e a Maometto
Testo tratto da: I Persiani di Gerhard Schweizer – Garzanti Editore

La storia della Persia iniziò a Battria e prima ancora che un governatore vi regnasse in nome dei re divini, visse a Battria un uomo che sarebbe diventato, più di qualsiasi altro, una figura determinante per la notorietà della cultura persiana in occidente. Costui fondò una religione e diede alla Persia, una nuova spiritualità. Ma ancora di più: egli ha elaborato una visione del mondo che ha avuto ripercussioni decisive sulla nostra stessa cultura, plasmandola in aspetti non secondari. L’uomo era Zarathustra. Chi, non conoscendo gli avvenimenti del passato, supporrebbe che il fondatore di una tale religione abbia avuto un’importanza storica mondiale? Quando gli arabi conquistarono la Persia e vi diffusero l’islamismo, la religione antico-iraniana scomparve quasi completamente dalla regione e Zarathustra rimase a lungo, per i posteri, un profeta la cui dottrina era stata superata e soppiantata da quella di fondatori di religioni più affermate – Gesù Cristo, Maometto, Budda. Un uomo quindi irrevocabilmente travolto dalla storia. Pur tuttavia, molti principi teologici delle religioni moderne, la cui origine fu a lungo ricercata nei profeti ebraici, sono già delineati negli scritti di Zarathustra. Questo è già un motivo sufficiente per chiedersi se la religione ebraica e, in seguito, il cristianesimo e l’islamismo non siano stati profondamente influenzati dal suo insegnamento. Sulla persona di Zarathustra sappiamo ancor oggi ben poco. Gli storici disputarono a lungo sulla sua data di nascita e sui luoghi in cui visse e agì. Non esistono indizi veramente affidabili anche perché‚ i suoi insegnamenti vennero messi per iscritto secoli dopo la sua morte con l’eccezione delle Gàthà, le prediche in versi, o inni, che si ascrivono a Zarathustra stesso; anche quest’ultime però ritraggono la biografia del profeta a tratti vaghi. La leggenda si basa solo su scritti postumi. Oggi – dopo complessi studi linguistici e comparazioni di testi antico-iraniani – la maggior parte dei ricercatori è arrivata alla conclusione che Zarathustra dovrebbe essere nato attorno all’anno 630 prima dell’epoca cristiana nella città di Battria. Di conseguenza non era un persiano bensì un battriano, come allora si chiamavano gli abitanti della regione. Ma apparteneva come i persiani agli Arya, la grande stirpe indoeuropea che a partire dal terzo millennio prima di Cristo si era spinta ininterrottamente dall’Asia centrale verso sud. Il nome Arya (oggi arii o ariani) se lo erano scelto gli stessi bellicosi nomadi; significa “i nobili” e doveva rendere evidente il distacco che volevano frapporre tra loro e i popoli sottomessi. Alcune tribù erano penetrate in India attorno al 1900 prima dell’epoca cristiana ed avevano fondato nel corso di dieci generazioni il sistema di caste degli indù, altre tribù erano confluite nello stesso periodo nei grandi altipiani disabitati, con steppe e deserti, montagne e fertili valli, in quel paese che alla fine si chiamerà “Iran”, “paese degli ariani”. Il nome di Zarathustra rivela la sua discendenza da una famiglia di ricchi allevatori, tradotto significa “l’uomo dai vecchi cammelli”. Suo padre si chiamava Porushaspa, “quello dei destrieri balzani”, come sta scritto nei frammenti a noi pervenuti dell’Avesta, la bibbia di Zarathustra. Se si vuole prestar fede alla leggendaria tradizione dell’Avesta, Zarathustra fu il terzo figlio di una distinta famiglia nobile, gli Spitama, che ebbero cinque figli. Il padre sembra esser stato sacerdote di un clan di nobili allevatori che non avevano alcun tempio e offrivano i loro riti sacrificali all’aperto, nella steppa. Influenzato spiritualmente dalle tradizioni nomadi della sua tribù e dalla vita cittadina di Battria, fu destinato, ancora molto giovane, a seguire le orme del padre, a diventare lui pure sacerdote. Ma di quale religione? Le testimonianze scritte del tempo sono poche, ma bastano a delineare un quadro sufficientemente chiarificatore. Gli iraniani dai battriani ai medi fino ai persiani – suddividevano i loro dei in due classi: le divinità superiori della luce che abitavano nel cosmo, gli ahura, e gli spiriti inferiori che dimoravano nella terra, nel vento, nell’acqua e nel fuoco, i daeya. Nessun uomo però si sentiva in grado di comprendere razionalmente l’autorità di tali dei, talvolta li si percepiva senza un motivo ben identificabile come amici e soccorritori, altre volte crudeli e distruttori. Mancava ancora un profeta che, col suo messaggio, delineasse in quell’insondabile complesso di divinità un ordine profondo e illuminante. Gli iraniani potevano solo sperare di rendere clementi quegli dei misteriosi e inquietanti tramite canti di lode e doni sacrificali. Nei loro solenni rituali doveva scorrere abbondante sangue di tori e di buoi, per lenire il terrore di un destino incommensurabile. I sacerdoti e il popolo bevevano, in determinate occasioni, una bevanda inebriante che portava il nome del loro dio dell’estasi, Haoma, e con danze ritmiche interminabili cadevano in trance per percepire, sia pur per brevi momenti, l’incantevole ebbrezza dell’immortalità, come i loro dei. Zarathustra si accorse ben presto dell’inadeguatezza di tali rituali, dato che all’età di vent’anni abbandonò la sua patria e parti in solitudine. Lui, che si nominava uno zaotar, poeta sacro e predicatore, voltò le spalle al mestiere di sacerdote. Dieci anni, forse anche vent’anni, dovettero durare le peregrinazioni del religioso viandante. Nell’Avesta troviamo scritto soltanto che alla fine, sul fiume Daitya, gli apparve un angelo e si sarebbe verificato uno dei più fecondi avvenimenti per la storia delle religioni. Zarathustra ebbe la visione della lotta cosmica tra le forze del bene e del male, tra Dio e Satana; poi della resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale e della continuazione dell’esistenza dopo la morte, nel paradiso o nell’inferno – tutto ciò molto prima che i profeti di altre religioni annunciassero gli stessi principi.
Se le supposizioni degli storici sono esatte questo è avvenuto negli anni che vanno dal 610 al 590 prima dell’epoca cristiana. Quindi seicento anni prima di Cristo e mille e duecento anni prima di Maometto, ma seicento anni dopo Mosé. Sul fiume Daitya apparve – cosi raccontano le Gàthà – al religioso viandante, dopo lunghe meditazioni, l’angelo Vohu Manu “animo buono” avvolto in uno splendido mantello di luce che lo condusse al trono del dio Ahura Mazdah “signore saggio”. Zarathustra salutò il dio con un inno che culminava con le parole: “…io bramo, con queste mie parole, conoscerete, di tutti il più saggio, il creatore di ogni cosa per tramite dello Spirito santo”. Passarono diversi anni prima che Zarathustra, dopo quella visione, uscisse dalla solitudine iniziando quindi a predicare nella capitale della sua patria. La gente lo ascoltava senza troppo interesse, i sacerdoti e i nobili lo respingevano duramente. Pochi furono i seguaci che si strinsero attorno a lui e lo accompagnarono nei suoi viaggi di predicazione sulle piazze dei mercati nelle città, nei paesi e negli accampamenti di tende. Dopo anni di delusioni e di persecuzioni lasciò Battria e coi pochi suoi discepoli andò nel regno di Corasmia. Il re Vistaspa lo accolse benevolmente, tenne lunghe conversazioni con lui e si convertì alla nuova fede: fu un successo decisivo. I nobili a corte seguirono ben presto l’esempio del re, così fecero pure i sacerdoti. Zarathustra poté‚ iniziare la sua opera. Sotto la protezione del re fece costruire davanti alle porte della città il suo famoso tempio del fuoco al cui altare, all’aperto, i sacerdoti intonavano canti e catechizzavano il popolo. Non c’era più bisogno di sacrificare vittime animali per rendere benevoli gli dei. Chi agiva secondo i precetti del “saggio signore”, Ahura Mazdah, cioè rettitudine, laboriosità e onestà, poteva sperare nella grazia divina per l’avvenire. Keshmar divenne la residenza di Zarathustra e in quella città affluirono i curiosi per ascoltare le sue prediche, da lì partirono i suoi allievi come missionari nelle province lontane e in altri regni. Ciò nonostante non mancarono le difficoltà e gli ostacoli. La casta dei nobili sacerdoti, da lungo tempo insediati nella città, rimase testardamente fedele alla religione preesistente e si coalizzò con i principi degli stati vicini contro il riformatore. La guerra che segui fu fatale al fondatore della religione e al suo protettore, il re Vistaspa. Zarathustra rispose ai suoi avversari non meno bellicosamente, come indica un passo delle sue prediche in versi a noi pervenute: “Nessuno di voi presti ascolto alle parole e alle istruzioni del servo della menzogna perché‚ costui getta la casa e il paese, la provincia e lo stato in miseria e rovina. Quindi opponetevi a lui con le armi!”. Si arrivò così alla prima guerra di religione sul territorio persiano. Per Zarathustra terminò in una catastrofe. Le truppe nemiche, quando penetrarono nella capitale, bastonarono a morte il vecchio di settantasette anni prima di doversi ritirare in fuga. Zarathustra mori da martire – come tanti padri fondatori di religioni. Avvenne attorno all’anno 553 a.C. Secondo la leggenda la dottrina di Zarathustra fu scritta, ancora ai tempi del maestro, con inchiostro d’oro su dodicimila pelli di bue e venne poi conservata nella biblioteca reale di Persepoli. Di quell’originale non ci è pervenuto alcunché‚ dev’essere verosimilmente finito alle fiamme nell’anno 330 prima dell’epoca cristiana quando i soldati di Alessandro il Grande, conquistata la città, vi appiccarono fuoco. Ciò che è rimasto sono copie redatte seicento anni dopo da sacerdoti, sulla base di altri esemplari dell’Avesta; anche di quelle ci sono pervenute soltanto parti frammentarie perché‚ gli arabi, durante la loro avanzata conquistatrice, operarono ripetute distruzioni. I brani a noi pervenuti forniscono in ogni caso sufficienti chiarificazioni sulla sua dottrina. A questo punto sorge il dubbio: si tratta sempre di idee originarie di Zarathustra? Probabilmente ben poco dev’essere cambiato dalla prima stesura di mille anni precedente, ma per gli studiosi di religioni il corpo di informazioni redatte dai sacerdoti posteriori a Zarathustra non è fino in fondo attendibile. Zarathustra ha – come molti padri di religioni – lasciato ben poco di scritto. Di tutto ciò che ci è pervenuto, solo le Gàthà (Gli inni) nei libri Yasna (Riti del sacrificio) che potrebbero essere ascritti direttamente a lui; esse furono infatti redatte in un dialetto simile al sanscrito come era allora in uso a Battria. Si tratta però di pochi punti di riferimento precisi che, nonostante ciò, permettono di ricostruire con una certa approssimazione i caratteri grandiosi e unici della sua dottrina. Zarathustra confutò la fede dei suoi padri che riconosceva un gran numero di ahura, le divinità della luce, e di daeva, i demoni. Egli sostenne che una sola di quelle divinità ahura era l’unico dio: Ahura Mazdah, “saggio signore”. Ahura Mazdah non appare più agli uomini, come gli altri ahura, in maniera visibile, non sposa altre dee e non genera figli, non è nemmeno più una divinità volubile che, incomprensibilmente, dispensa a volte il bene, altre volte il male. Il suo Ahura Mazdah non ha un ‘immagine corporea, è onnipresente, astratto e eterno; ben lontano dalle passioni umane incarna un principio facilmente identificabile: il bene. A questo unico dio si oppone però un antagonista col nome di Angra Mainyu, lo “spirito del male”. Il grande oppositore, un daeva in origine, non lascia niente di intentato per distogliere gli uomini dalla fede nel bene. Ci sono poi figure ausiliarie quali forze del bene e del male, sono spiriti e demoni derivati, nelle loro qualità, dalle divinità precedenti. Dalla parte di Ahura Mazdah sta innanzi tutto Spenta Mainyu, “spirito santo” che compare talvolta quale incarnazione dell’unico dio, altre volte come entità a se stante in qualità di annunciatore della volontà divina. I dei-servitori di questo “spirito santo” sono divinità della luce, amesha spentas, “spiriti immortali”, gli angeli; essi ricevono di regola l’incarico di annunciare agli uomini i messaggi divini. Vohu Manu, “animo buono”, era uno di quegli angeli apparso a Zarathustra per accompagnarlo al trono di dio.
Dalla parte dello “spirito del male”, Angra Mainyu, stanno i daeva, i demoni. A quel gruppo appartengono la maggior parte delle divinità venerate dai contemporanei di Zarathustra e sono spiriti cupi al servizio del male. Dio è eterno ma la lotta tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, è limitata nel tempo, così insegnò Zarathustra. La lotta iniziò dopo che Dio aveva creato un mondo senza peccato, abitato da un uomo e da un animale ideali. Allora, nel regno della luce di Ahura Mazdah, comparve il suo antagonista Angra Mainyu che negò la creazione divina e volle corromperla secondo le sue attitudini. Passarono tremila anni finché‚ lo spirito del male riuscì a penetrare nel mondo senza peccato e a eliminare l’uomo e l’animale ideali. Da quel momento si moltiplicarono sulla terra i demoni inferiori generati da Angra Mainyu. Lo spirito del male non riuscì però a scacciare dal mondo l’influenza del bene perché‚ sia l’uomo che l’animale ideali avevano lasciato il loro seme sulla terra. Da quel seme nacquero, magicamente, la prima coppia umana e le prime specie animali. In quelle nuove forme viventi erano però frammischiati sia il bene che il male, l’epoca d’oro del paradiso senza antagonismi e senza peccato era finita. Fu così che iniziò la storia universale costellata da conflitti e intrighi drammatici, da quel momento l’uomo fu, ed e ancora, chiamato a scegliere tra il bene e il male. La nuova epoca durava da trentamila anni. Poi Dio decise di aiutare gli uomini inviando tra loro un profeta: Zarathustra. Il profeta però viene riconosciuto tale solo da una minoranza degli uomini e più tempo passerà dalla sua morte, più gli uomini si allontaneranno dalla morale e dalla virtù. Come punizione Dio condannerà il mondo a una catastrofe di inondazioni, di incendi e di guerre disastrose, quindi i suoi angeli suoneranno le trombe del giudizio universale. Così gli uomini tutti si alzeranno dalle loro tombe e dovranno rispondere al cospetto del divino signore della loro vita, se hanno accettato o rifiutato il messaggio spirituale del profeta. Mentre per i fedeli inizia a quel punto una “vita eterna” nel regno di Dio, gli altri saranno condannati all’eterno tormento” nell’inferno. Alcuni caratteri di questo insegnamento religioso erano nuovi, mai formulati e predicati fino ad allora da nessun altro uomo. Spesso si tratta di concetti che i cristiani, gli ebrei e i musulmani, pur con tutte le differenze nei dettagli, riconoscono a loro familiari, ovvi addirittura. Tutto ciò fu annunciato seicento anni prima della nascita di Cristo! In ogni caso però la dottrina di Zarathustra nacque mezzo millennio dopo Mosé e più di un secolo dopo la venuta dei grandi profeti ebraici Isaia, Geremia e Elia. Quanto ci fu di veramente originale in Zarathustra? Quali conseguenze ebbe la sua dottrina? Quanto ha ripreso da altri modelli religiosi e in che cosa influenzò religioni posteriori? Ancora oggi gli storici delle religioni dibattono attorno alla questione se Zarathustra abbia riformulato in maniera più chiara idee già preesistenti oppure se creò qualcosa di radicalmente nuovo. Alcune delle loro ricerche però possono già essere prese come certezze ed ora le esamineremo. Iniziamo dalla fede in un dio unico. Zarathustra ha fondato una religione monoteistica ma non fu affatto il primo ad annunciare il credo in un unico dio. Gli ebrei, i cristiani e i musulmani ascrivono tale primogenitura al patriarca ebreo Abramo che attorno al 2100 a.C. emigrò dalla Mesopotamia a Cana. Abramo visse mille e cinquecento anni prima di Zarathustra, anche Mosé e Isaia sono precedenti al padre della religione dell’Iran orientale. Zarathustra è stato influenzato da quei profeti ebrei? Battria era una città di commerci posta su una battuta via carovaniera sulla quale i mercanti del Mediterraneo si recavano fino in India e in Cina. Una città cosmopolita dunque, dove confluivano anche le idee dell’oriente e dell’occidente. Ciò nonostante è ben poco verosimile che il pensiero ebraico sia arrivato fino a Battria dato che gli ebrei non mostravano propensione a viaggiare cosi lontano e meno ancora a predicare ad altri popoli la loro religione. Zarathustra dovette ricevere stimoli da un’altra direzione. Ma quale? Nessun popolo del suo tempo, eccetto gli ebrei, credeva in un unico dio valido per tutti gli uomini. Un popolo però aveva mosso i primi passi in quella direzione: gli indiani arii. Gli indiani avevano iniziato già un secolo prima di Zarathustra a sviluppare nella parte filosofica del loro Veda, la cosiddetta Upanisad (dottrina segreta), una nuova forma di religione. Non pochi tra i loro significativi pensatori presumevano che, dietro la complicata molteplicità degli dei, ci fosse una magica forza primigenia, un’anima universale creatrice del tutto che veniva chiamata brahman. Si trattava di un principio astratto quasi incomprensibile per le masse dei fedeli. I semplici contadini e artigiani continuavano a credere solo a Siva, Visnu e a mille altre divinità – per i colti sacerdoti quegli dei rappresentavano soltanto forme apparenti dell’inesauribile brahman. L’unità oltre la più svariata molteplicità! Presso gli indiani si stava delineando, sia pur con contorni vaghi, l’idea del dio unico. Zarathustra conosceva forse quei testi? E probabile. Addirittura molto verosimile dato che l’orientalista americano Richard Frye richiama l’attenzione sul fatto che le sue preghiere in versi, le Gatha, sono riconducibili per metro e ritmo al Veda dei brahman indiani. Lo stesso titolo dell’opera omnia Avesta (Sapere) corrisponde a quello della raccolta indiana di scritti religiosi Veda (Sapere). Inutile sottolineare che non dovrebbe esser stato difficile decifrare la “lingua sacra” degli indiani arii, il sanscrito, che era parecchio somigliante al dialetto di Battria. A quel tempo dovevano poi verificarsi frequenti contatti tra i sacerdoti arii dell’Iran orientale e dell’India settentrionale.
Zarathustra avrebbe quindi sviluppato ulteriormente, e in maniera radicale, ciò che gli eruditi indù avevano fatto germogliare; egli ha – indipendentemente dai profeti ebraici e con lo sguardo diretto all’India – impresso un nuovo corso all’idea di un “principio primordiale”, di un “anima universale”. Vicino a Battria, molto lontano dalla Palestina, la culla dei profeti ebrei, ha preso corpo ancora una volta, e in un geniale atto creativo, la fede in un unico Dio. Zarathustra però non diventerà per questo un genio nella storia delle religioni. Elaborò soltanto ciò che gli ebrei avevano già formulato in maniera analoga. L’idea della fede in un unico dio non avrebbe tardato a imporsi se lui stesso non fosse vissuto. Dove sta dunque l’aspetto unico e originale che, prima di lui, nessun profeta annunziò? Qual è il nuovo che influì in maniera decisiva su altre e posteriori religioni? Oggi una gran parte degli studiosi di storia delle religioni, impegnati nell’analisi delle fonti storiche, sono d’accordo nel loro giudizio su un punto: che Zarathustra fu il primo profeta ad annunciare l’esistenza di Satana. Zarathustra per primo ha considerato il mondo terreno come il luogo dello scontro tra il bene e il male e nessuno prima di lui ha chiamato gli uomini a fare una libera scelta tra queste due forze assolute. Zarathustra ha – come si espresse il suo lontano ammiratore e critico Friedrich Nietzsche in Ecce homo – “intuito per primo quella che e’ la ruota decisiva nell’ingranaggio delle cose, la traduzione della morale nella metafisica”. E certo che questo modello ha dei precedenti – gli indiani arii e gli iraniani operavano da tempo una distinzione tra dei del bene e del male, suddividendo così l’universo in due mondi contrapposti – ma fu peculiare di Zarathustra l’aver fissato linee precise in quell’ordine ancora vago. Lui per primo predicò la resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale in cui l’uomo, al cospetto di Dio, deve rispondere delle sue buone e cattive azioni. Prima di Zarathustra nessuno ha annunciato l’esistenza di un aldilà, del paradiso per i buoni e dell’inferno per i cattivi. Ciò che molti di noi credevano appartenesse al patrimonio inventivo degli ebrei non venne ideato per tramite di apparizioni nei deserti della Giudea o sul fiume Giordano, bensì nelle montagne e nelle steppe dell’Afghanistan e sulle rive dell’Amu Darja. Gli ebrei ai tempi di Zarathustra conoscevano già i dieci comandamenti di Mosé e credevano che i peccatori suscitassero l’ira di Dio. La pena però li minacciava nell’aldiquà, per mano di un giudice, e spesso avveniva, come raccontano in maniera leggendaria le parti più antiche del Vecchio Testamento, che Dio intervenisse direttamente e funestasse i peccatori con la guerra e le epidemie. Una giustizia compensatrice nell’aldilà era sconosciuta anche agli stessi profeti Isaia e Ezechiele, che furono quasi contemporanei di Zarathustra. E pur vero che nelle loro scritture si trova formulata la promessa che i morti sarebbero rinati, ma quella profezia per immagini e metafore annunciava più che altro la resurrezione dello stato di Israele dopo un periodo di decadenza: il loro pensiero era quindi legato all’aldiquà, era di tipo politico. Nella fantasia degli ebrei esisteva soltanto un regno delle ombre dove tutti i morti sarebbero giunti, senza distinzioni tra ricompensa e pena, tra paradiso e inferno. Un tale regno delle ombre era in tutto simile all’ade dei greci. Gli ebrei non conoscevano ancora il diavolo quale potente antagonista di Dio. Nelle scritture bibliche di quel tempo Satana compariva soltanto quale esecutore di Jahvè e spirito della punizione, cioè doveva sempre adempiere al volere del suo supremo signore. Il diavolo non era ancora il demone ostinato che cercava di trionfare su Dio con l’aiuto degli uomini. Inoltre gli ebrei consideravano la storia dell’umanità come un unico susseguirsi di avvenimenti. Non si parlava ancora per loro della prima coppia umana, Adamo (in ebraico: essere umano) e Eva (in ebraico: terra), della svolta drammatica causata dall’apparizione del diavolo, del peccato originale e del divenire storico sulla terra che aveva come meta conclusiva il giudizio universale alla fine dei giorni. Gli ebrei consideravano la storia dell’umanità come un eterno ripetersi di avvenimenti simili, senza uno scopo intrinseco al divenire. Immagini e concetti religiosi degli ebrei di quel tempo non si discostavano molto da quelli degli altri popoli progrediti, dagli indiani ai cinesi ai babilonesi e egiziani fino ai greci e romani. Tre secoli dopo la morte di Zarathustra, gli ebrei pensavano diversamente. Nelle loro scritture bibliche si ritrovavano ormai quelle idee religiose che noi oggi consideriamo essere in tutto e per tutto ebree e, in senso traslato, cristiane, appartenenti alla cultura europea tutta. La diffusione delle idee religiose di Zarathustra venne assicurata dal sorgere di una potenza politica che riuscì a difendere efficacemente la nuova religione contro i suoi oppositori. Solo allora si realizzò per Zarathustra la possibilità di diventare famoso oltre i confini iraniani e di influenzare così in maniera decisiva altre religioni. Questa forza politica stava già formandosi al tempo di Zarathustra stesso: era l’impero dei persiani. Ma gli storici non nascondono i loro dubbi. Soprattutto uno dei più significativi esperti di religioni antico-iraniane, Geo Widengren, nega che i Grandi Re del primo impero persiano abbiano creduto seriamente agli insegnamenti religiosi di Zarathustra. Quei re, più uomini politici che religiosi, avrebbero accettato della nuova religione alcuni precetti dottrinali ma si sarebbero ben guardati dall’entrare in aperto conflitto con le tradizioni esistenti. Un’ennesima questione non risolta quindi. Com’è così frequente per tutto ciò che riguarda la storia dell’antica Persia. Una cosa però è certa: in Iran la dottrina di Zarathustra ha vissuto nel periodo seguente una fase di forte sviluppo.
E ancor più: alcuni principi persiani e alti funzionari favorirono la nuova religione nelle province conquistate, in oriente fino alla valle dell’Indo, a occidente fino alla regione posta tra il Tigri e l’Eufrate, in Asia minore, Siria, Palestina e Egitto. In nessun caso i persiani costrinsero un popolo sottomesso a convertirsi alla religione di Zarathustra, al contrario, essi lasciarono a ciascuno la propria fede. Tutti i sudditi però avevano la possibilità di interessarsi attivamente alla nuova religione. Ciò dovette avere conseguenze imprevedibili e decisive per quel tempo. L’incontro con Zarathustra portò a una svolta religiosa di grande importanza presso uno dei popoli sottomessi: gli ebrei. Gli effetti furono di importanza storica mondiale. Gli ebrei di quel tempo passarono attraverso la più grande crisi della loro storia. Nell’anno 587 a.C. Nabucodonosor re di Babilonia aveva fatto distruggere la capitale ebraica Gerusalemme fino alle mura di cinta e deportato soprattutto uomini di lettere, sacerdoti, funzionari dell’amministrazione, commercianti e soldati nelle regione del Tigri ed Eufrate. Lo stato ebraico non esisteva più, l’intera élite intellettuale, e con lei una parte del popolo, viveva sotto il dominio di governanti stranieri, molto lontano dalla patria nativa. Quell’epoca – che è entrata nella storia col nome di prigionia babilonese – ebbe fine per mano di Ciro, il Grande Re dei persiani; egli fece tornare gli ebrei nella terra dei loro padri dopo aver conquistato il regno babilonese. Ma idee e indirizzi spirituali di coloro che tornarono a casa erano diversi da quelli dei loro diretti antenati: nella loro permanenza in terra straniera erano stati influenzati dall’incontro e scontro con una cultura assolutamente nuova e, per certi versi, affascinante. Messi alla prova da quell’esperienza, profondamente disorientati, i sacerdoti ebrei cominciarono a riflettere intensamente sulle grandi questioni religiose, sul senso dell’esistenza; anche il popolo si mostrava ricettivo a nuovi messaggi profetici. Durante quel periodo storico vennero formulate parti fondamentali del Vecchio Testamento ispirate al patrimonio culturale straniero. Innanzi tutto a Babilonia: da li gli ebrei presero il mito della creazione della prima coppia di uomini dal fango e la leggenda del diluvio. Ma impararono molto anche dai persiani. Come possiamo però dimostrare che gli ebrei furono influenzati proprio dalla dottrina di Zarathustra? A questo riguardo siamo in possesso di un documento illuminante. Si trova nel Vecchio Testamento: il libro di Daniele. Non ne conosciamo gli autori, probabilmente il libro è stato scritto uno o diversi secoli dopo la morte del profeta ebraico. Deve poi trattarsi di una commistione di elementi leggendari e di avvenimenti realmente accaduti; ciononostante possiamo tirare alcune importanti conclusioni dal testo. Se proviamo a seguire la biografia di Daniele – per come la si può ricostruire con l’ausilio della tradizione biblica – ne rimaniamo sorpresi. Daniele visse alla corte del re babilonese Nabucodonosor; era stato destinato a una posizione di rango dagli alti funzionari che avevano avuto il compito di scegliere tra gli ebrei prigionieri i più belli, i più intelligenti e i più capaci per il servizio di corte. Daniele fece carriera a corte grazie alla sua capacità di interpretare in maniera convincente i sogni di Nabucodonosor, e ciò non era poco in un paese in cui dai sogni si leggeva il futuro. Egli diventò addirittura alto funzionario. Quando Ciro conquistò Babilonia, l’esperto di riguardo andò a corte a Susa e diventò per decenni un importante consigliere del Grande Re Dario. Fin qui la sua biografia. Di importanza decisiva sono le parole che gli autori biblici a lui posteriori attribuiscono a Daniele. Nel dodicesimo capitolo del libro che porta il suo nome leggiamo: “E molti, sicché‚ giacciono dormienti sotto la terra, si sveglieranno, certuni per la vita eterna, altri per l’umiliazione e la vergogna eterne… Tu però Daniele (e’ Dio che parla) vai pure finché‚ arriverà la fine; e sii tranquillo, che tu risorgerai nella tua terra alla fine dei giorni”. Frasi simili non si erano mai trovate negli scritti del Vecchio Testamento. Sono pensieri attribuiti a un ebreo al servizio dei persiani e che a Susa ebbe senz’altro contatti quotidiani con seguaci di Zarathustra. Per la prima volta un ebreo annuncia la resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale. Nello stesso libro si legge, per la prima volta, che il divenire storico ha una meta precisa nella fine del tempo: la necessaria scomparsa del nostro mondo imperfetto e l’inizio raggiante di un eterno regno di Dio. Il libro di Daniele dimostra l’influenza della religione di Zarathustra sul pensiero ebraico. Non deve trattarsi certo dell’unico caso. Nel corso del III e II secolo a.C. gli ebrei si appropriarono anche della dottrina degli angeli e dei demoni, di Dio e Satana quali antagonisti universali in questo mondo terreno. Gli ebrei non credettero più che sia il bene quanto il male provenivano in uguale misura da Dio e che in quanto tali dovevano essere accettati. Da quel momento tutto il male era da ascriversi a forze demoniache che operavano da un ben definito regno delle tenebre e contro le quali bisognava opporre un’energica resistenza. Nel II secolo a.C., la religione ebraica si configurava così come Gesù la conobbe. Il Redentore accolse poi diversi aspetti fondamentali di quelle nuove idee. E non solo lui. Seicento anni dopo, Maometto diede vita all’islamismo prendendo le mosse dal patrimonio ebraico e cristiano: anche quest’ultimo predicò che gli uomini erano posti in questo mondo per scegliere tra Dio e Satana; anche lui insegnò la resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale, anche lui annunciò il paradiso quale ricompensa per gli uomini retti e l’inferno come punizione per i peccatori.
E’ un vero paradosso: i segnaci di Zarathustra sono oggi una minoranza in via di sparizione di nemmeno duecentomila fedeli, ma il pensiero del padre fondatore ha collaborato a forgiare tre grandi religioni – i cui segnaci rappresentano più della metà della popolazione mondiale. In Persia si trovano oggi quarantamila seguaci di Zarathustra, un numero insignificante rispetto al totale della popolazione. La maggior parte di loro vive a Teheran e nelle regioni di Kerman e Yasd. Nessun persiano musulmano impedisce loro di raccogliersi attorno al fuoco sacro e di pregare Ahura Mazdah; ai seguaci di Zarathustra è assicurata piena libertà di culto. In questo caso anche gli sciiti fanatici non fanno eccezione, nonostante la loro fama di intolleranti. Secondo i precetti islamici, nessuna religione che insegni la fede in un unico Dio può essere ostacolata. I musulmani riconoscono la fede di Zarathustra come una forma primitiva dell’islamismo e ciò permette ai fedeli di Ahura Mazdah di sopravvivere, almeno fino a oggi, nel loro paese di origine. Al di fuori della Persia i seguaci di Zarathustra sono presenti in un certo numero in India, dove erano fuggiti già nel VII secolo. Là li si nomina parsen, che significa nient’altro che persiani. Il loro centro è la metropoli di Bombay. Essi riuscirono a tramandare il loro credo nella memoria dei posteri in maniera più efficace dei loro fratelli persiani e poterono mantenere le loro tradizioni nella società induista religiosamente tollerante senza essere ostacolati. Non è quindi un caso che proprio a Bombay gli storici europei fecero il primo incontro con la dottrina di Zarathustra. Il numero dei parsen si limita a centotrentamila persone circa. Se a loro si aggiungono i persiani, si arriva a un totale di circa centosettantamila credenti che sono rimasti fedeli a questa religione un tempo così importante. La fede di Zarathustra non è mai diventata una religione universale. Ma non ha neppure mai tentato di diventarlo. Sulla base delle notizie in nostro possesso bisogna supporre che i suoi seguaci non abbiano mai sentito l’esigenza di predicare da missionari ai popoli stranieri. “Andate nel mondo…”, questo comandamento di Gesù, che Maometto ha ripreso in forma analoga, manca ai seguaci di Zarathustra. Essi si comportarono come gli ebrei a cui bastava costatare che la fede nell’unico dio fosse ben radicata nel popolo eletto. Gli imperatori antico-persiani hanno favorito questa autolimitazione, reputavano fosse meglio lasciare agli altri popoli la loro religione, anche solo per amore di pace politica. Per questo sia pur non ultimo motivo la religione di Zarathustra dovette ben presto perdere la sua influenza appena il potere della chiesa di stato venne spezzato dai musulmani. La scoperta di Zarathustra da parte della cultura europea iniziò nell’anno 1771. A quel tempo lo storico francese di religioni nonché‚ orientalista Abraham Anquetil-Duperon conobbe a Bombay i parsen e si imbatté‚ in qualcosa di più importante ancora: la loro bibbia, l’Avesta. Più precisamente: quegli importanti frammenti che erano rimasti dopo secoli di lotte religiose e politiche. Portò con sé‚ un esemplare a Parigi e lo tradusse in francese. Fu un’impresa pionieristica che fece scalpore; già cinque anni dopo era disponibile una traduzione tedesca, tanto era l’interesse che aveva suscitato negli specialisti e nel pubblico colto di lettori oltre il Reno. Non fu affatto un caso che ciò avvenne nel secolo dell’illuminismo. A quel tempo, nella seconda metà del XVIII secolo, poeti, filosofi e scienziati riuscirono a liberarsi dalla tutela della chiesa e fecero ogni sforzo per conoscere, al di là dei pregiudizi, altre culture, anche altre religioni. Gli illuministi amavano la tolleranza e condannavano i gretti dogmatici che accettavano esclusivamente ciò che non contrastava col pensiero ereditato dal passato. In quegli anni Lessing scrisse il suo dramma borghese sulla tolleranza Nathan il saggio (1779) in cui invitava alla comprensione per quelle religioni fino ad allora considerate nemiche del cristianesimo come l’ebraismo e l’islamismo; egli relativizzò in maniera efficace, con l’arma della metafora, il concetto di verità assoluta. Nella borghesia colta regnava un clima di apertura al nuovo e di attenzione per quelle religioni fino ad allora sconosciute. Mozart introdusse Zarathustra nella veste di supremo sacerdote e mago Sarastro nel suo Flauto magico; Goethe si occupò del profeta iraniano nel suo Divano occidentale-orientale (vedi: Hafiz). L’importanza decisiva di Zarathustra rimase però ancora a lungo sconosciuta ad una più vasta cerchia di lettori; molti lo consideravano nel migliore dei casi un profeta messo in ombra dai padri fondatori di religioni seguenti, un uomo cioè sorpassato inesorabilmente dal corso degli eventi storici. Questa opinione non cambiò sostanzialmente neppure nel XIX secolo quando sempre più orientalisti si diressero in Persia e in India raccogliendo nuove copie dell’Avesta, traducendole, commentandole e comparandone criticamente le rispettive differenze. Fu così che si rivelò interamente ai ricercatori come la dottrina di Zarathustra anticipasse alcuni concetti che fino ad allora erano stati attribuiti all’ebraismo e al cristianesimo. I risultati di quelle ricerche incontrarono una vasta resistenza in larghi strati della popolazione. Gli scienziati si scontravano contro un tabù: essi osavano affermare che il cristianesimo derivava i contenuti della sua dottrina non solo da Gesù Cristo e dai profeti dell’Antico Testamento, ma anche dal padre di una religione che apparteneva ad una cultura completamente estranea. Doveva forse voler dire che la fede cristiana era stata prodotta, in maniera contraddittoria e progressiva, dagli uomini stessi come tutta la loro cultura, e non proveniva quindi direttamente da Dio come verità assoluta? La conclusione era logicamente ipotizzabile. Proprio per questo la scoperta di Zarathustra suonò per l’occidente cristiano come una sfida, per molti significò un inaccettabile provocazione. Il grande provocatore fu Friedrich Nietzsche. Negli anni ottanta del XIX secolo fece comparire Zarathustra nel titolo della sua opera principale Also sprach Zarathustra (Così parlò Zarathustra). Nietzsche ha preso quel titolo dall’Avesta dei parsen indiani in cui importanti concetti dottrinali venivano introdotti da quell’espressione ricorrente. A Nietzsche riuscì ciò che nessuno storico delle religioni aveva ottenuto: far conoscere a un vasto pubblico il nome di Zarathustra. La cosa è abbastanza paradossale dato che il testo (pubblicato per la prima volta nel 1892 in una raccolta di opere di Nietzsche in quattro volumi) non ha niente in comune con il vero insegnamento dottrinale del padre della religione antico-iraniana. Nietzsche vedeva in Zarathustra uno dei più grandi geni della storia religiosa, si, il profeta che aveva tracciato le coordinate spirituali secondo le quali noi, ancora oggi, viviamo. Secondo Nietzsche però, ciò che di nuovo Zarathustra aveva portato nel mondo era “un errore gigantesco” che doveva essere retroattivamente abrogato. Nietzsche scelse la figura del profeta per la sua opera principale con l’intento di poter dimostrare quello che per lui era “il grande ritorno”. Il personaggio di Zarathustra da lui inventato si ritira di nuovo in solitudine per riconoscere e smascherare come inganno la sua stessa geniale creazione – cioè la fede nella lotta universale tra bene e male, nell’aldilà dotato di giustizia compensatrice e nella metafisica in senso lato. Zarathustra diventa il simbolo dell’uomo creativo che distrugge proprio ciò che ha creato per produrre ulteriormente qualcosa di nuovo – e il nuovo, un giorno, non reggerà più al suo accanito bisogno di conoscenza e verrà nuovamente superato. Tutto scorre, non esiste verità assoluta, esistono solo il divenire e la transitorietà dei prodotti della conoscenza; questa concezione che un tempo era insegnata dal filosofo greco Eraclito, diventa nell’opera di Nietzsche l’elemento centrale. Zarathustra negli scritti di Nietzsche è stato trasformato proprio nel contrario di ciò che era in origine: non tanto un uomo che si sentiva legato a un ordine metafisico bensì l’uomo che, senza più illusioni, afferma “il nulla” e riesce a crearsi degli ordini nuovi solo grazie alla sua “giocosa” fantasia – ben sapendo quanto siano transitori. Fino a oggi questo Zarathustra, cosi come lo caratterizzò Nietzsche, ci è ben più familiare di come fu in realtà. Nonostante tutta la parzialità della sua interpretazione, nonostante la veemenza con cui è rifiutato il vero Zarathustra, una cosa è ormai evidente grazie anche a Nietzsche: come sia sempre stato sottovalutato il patrimonio di pensiero dell’antica Persia tramandato all’occidente.

Analisi finale del Vangelo secondo Matteo martedì, Ago 1 2006 

The story so far…

Il Vangelo di Matteo è il primo dei 3 Sinottici, seguito da quello di Marco e poi quello di Luca. Cosa sono i “Vangeli Sinottici”? Sono 3 dei 4 Vangeli Canonici che si assomigliano per narrazione ed eventi, a volte riportando gli stessi identici passi. La parola “sinottico” deriva dal Greco e significa “visione d’insieme”.
I tre Vangeli Sinottici sono quindi molto simili tra loro ed è lecito dedurre che abbiano avuto una stessa fonte comune dalla quale hanno attinto per essere redatti. Vi sono svariate ipotesi, e la più credibile risulta essere quella della fonte Q, ovvero una fonte a noi non pervenuta, che raccoglieva i vari detti ed i vari eventi associati al Messia. Il perchè questa fonte non sia giunta a noi è presto detto : la fonte Q era orale, come la maggiorparte delle leggende e dei miti tramandati dal popolo Ebraico prima dell’esilio Babilonese a seguito del quale fu costruito ad arte il Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia). Dalla fonte Q nacque il Vangelo secondo Marco, molto stringato e riportante solo gli eventi importanti della storia del Messia, privo di natività. Da quello di Marco venne estrapolato il Vangelo di Matteo, completato con l’aggiunta di una natività durante il secondo secolo DC.

Il Vangelo secondo Matteo e lo stile letterario

Il Vangelo secondo Matteo si presenta come uno dei più lunghi, composto di 28 capitoli, pareggiato solo dal Vangelo secondo Giovanni. Pur essendo il più lungo dei sinottici è colmo di imprecisazioni, di dettagli lasciati nel vago, e di eventi a volte molto scollegati fra loro. La lettura scorre fluida soltanto all’interno dei singoli capitoli, mentre risulta spezzata e discontinua seguendo il susseguirsi degli stessi. Addirittura sorgono alcuni casi ove l’omissione di un intero capitolo, o di una porzione di esso, non rovina assolutamente il senso del discorso.
Questa particolare discontinuità e incongruenza, che è insita nel Vangelo, è spiegata dal fatto che lo stesso è stato assemblato prendendo vari eventi, narrati singolarmente, e legandoli tra di loro con una trama del tutto inventata. Cercando di dare un ordine cronologico a degli eventi non legati fra di loro, il redattore del Vangelo è incappato in vari errori di incongruenza, alcuni ai limiti dell’ilarità (come ad esempio l’episodio del fico senza frutti). Se aggiungiamo il particolare dell’aggiunta della natività, per altro assolutamente diversa da quella di Luca, possiamo ammettere che questo Vangelo è tutt’altro che un opera continua e biografica della vita di Gesù, ma che è una raccolta malcostruita di detti e di vicende scollegate tra loro.

Il Vangelo di Matteo e la Rivoluzione

Il contenuto del Vangelo è chiaramente di ispirazione rivoluzionaria. L’intero Vangelo è una propaganda degli estremisti esseno-zeloti ai danni del Sinedrio e di Roma, i quali, secondo i rivoluzionari, erano colpevoli dell’aver macchiato la purezza del popolo Ebraico. Più precisamente la rivoluzione nacque per rimettere sul trono d’Israele la famiglia degli Asmonei, diretti antagonisti della famiglia Erodiana che aveva ricevuto da Roma la legale reggenza del Regno.
Il Vangelo trasforma la propaganda Zelota del nuovo Regno di Israele, un regno libero dall’influenza Romana / Erodiana e dai “traditori” del Sinedrio, nella lieta novella del Regno dei Cieli. Questo non per nascondere gli eventi dell’epoca ma perchè il gruppo rivoluzionario Zelota era coadiuvato da una controparte Essena che aveva prodotto questa nuova dottrina Messianica, atta a spodestare il regime religioso del Sinedrio. Se da un lato pratico abbiamo gli Zeloti di Giuda il Galileo, pronti ad attaccare la legione Romana di stanza a Gerusalemme, dall’altra abbiamo la nuova dottrina del Regno dei Cieli, che andava a lottare a colpi teologici contro la Legge del Tempio. Il fallimento della rivoluzione Zelota non ha però fermato la nuova dottrina Messianica che aveva ormai preso radici anche in regioni esterne alla Palestina, quali la Siria. In questi nuovi paesi ha trovato nuova linfa vitale e si è poi trasformata, dopo una gestazione di 3 secoli, nel Cristianesimo che, bene o male, conosciamo oggi.
I veri insegnamenti di questo Gesù, atti a coadiuvare la rivoluzione Zelota, si sono così trasformati, nel tempo, assumendo i significati che gli si danno oggi giorno. Questi cambiamenti nacquero dalla necessità dei teologi di dare una motivazione al mancato avverarsi delle profezie di Gesù, profezie non avveratesi in quanto la rivoluzione e la “venuta del Regno” fall’.

Il Vangelo secondo Matteo e le Profezie

Dato che gli episodi orali che hanno creato il vangelo di Matteo erano nati in Palestina, notiamo come molti di essi si rifacciano alle profezie della Bibbia, per identificare il loro Messia. Se questo citare le profezie dovrebbe dare più credibilità al testo, in realtà la loro presenza lo scredita soltanto. Le profezie citate sono incomplete, prese a caso e il più delle volte citate come giustificazione. Questo perchè una parte della nuova dottrina messianca di Gesù nacque tra la gente povera, tra i nomadi ed i pastori che vivevano al di fuori delle grandi città, e che dunque non avevano la conoscenza adatta a creare una dottrina credibile. Una volta che questi “miti del messia” popolare sono entrati in contatto con la dottrina Zelota del “messia uomo”, che avrebbe guidato i rivoluzionari alla vittoria in nome di dio, ecco nascere Gesù e la sua vicenda.

In conclusione

Il Vangelo secondo Matteo mi è risultato impreciso nei racconti, poco credibile e troppo legato alla vicenda rivoluzionaria per poterlo accettare come fonte storica attendibile.

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