Alla fin fine è proprio questo il punto cardine di tutta la mia ricerca Evangelica, e pensare che ero partito col presupposto che qualcuno, su cui poi costruirono la versione religiosa del Cristo, fosse realmente esistito.

Ma aimè le assenti “prove storiche” su questo personaggio mi costringono a rivisitare la mia idea di partenza e constatare che, oltre ai Vangeli e al Nuovo Testamento in generale, non esistono fonti attendibili, di formato storico, che ci dicano che Gesù di Nazareth sia esistito.

In un discorso che ho fatto l’altro giorno sul Sacro Graal mi è tra l’altro saltata alla mente una frase: da una leggenda non possono che nascere altre leggende, proprio riferendomi al fatto che la leggenda di Cristo ha fatto nascere tutte quelle altre leggende sulle sue reliquie.

Moralemente quella mia conclusione mi è bastata per capire che di Gesù Cristo uomo non si troverà mai nessuna traccia, ma d’altra parte ogni leggenda si basa su una verità e dunque dove cercare questa figura? Dove trovare delle prove concrete? Risposte ardue da dare.

Per nostra fortuna però ci viene in soccorso il Professor Fernando Liggio con questo interessantissimo articolo preso in prestito dalle pagine del blog Clerofobia. L’articolo è lungo ma è degno di lettura, e lo ritengo un ottimo punto di partenza per chi tra voi vuole intraprendere la ricerca storica di Cristo.

Buona lettura.

FERNANDO LIGGIO
(www.fernandoliggio.org)

Gli esigui riferimenti storici, anche se non falsificati, non si riferiscono direttamente al personaggio Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) (1), ma agli “iniziati” al “movimento cristiano”, visto come una ma-lefica organizzazione settaria di tipo superstizioso, precisamente come “una nuova prorompente superstizione, per-niciosa e malefica [sic!], confluita fino alla città di Roma dove si coltiva ogni atrocità ed ogni vergognosità, tanto che i suoi adepti denominati cristiani si sono dovuti o espellere o condannare al supplizio” (2). Tale evidenza ha, a ragion veduta, indotto alcuni eminenti studiosi ― tra i quali, Bossi (1904) (3), Drews (1909) (4), Guardini (1936) (5), Guy (1964) (6), Cascioli (2001) (7) ― ad evidenziare l’assoluta mancanza di documenti storici attestanti, incon-futabilmente, che il personaggio, comunemente conosciuto come “Gesù il Cristo”, sia realmente esistito. Infatti, le narrazione inerenti il leggendario personaggio si riscontrano nelle copie degli scritti neotestamentari e di altri scritti, definiti “apocrifi”, tutte copie non databili prima del III secolo, allorché il potere politico dominante prese coscienza che l’ideologia della nuova sétta ― inizialmente perseguitata soprattutto per il semplice motivo che il loro rifiuto di ogni altra divinità contrapposta alla loro era considerato come un attacco sovversivo alla sovranità imperiale ― in realtà, essendosi ormai trasformata in “cattolicesimo” (8), risultava di grande utilità all’organizzazione governativa imperialistico-teocratica (9) fondalmente capitalistica. Quindi, la classe politica dominante iniziò ad incentivare il fiorire di tutta una serie di “ajpo-logiVai” (italianizzato “apologie”) (letteralmente “per-discussioni” ed in senso traslato “discussioni per difesa”) da parte dei primi eminenti dotti del nascente “cristianesimo”. Il maggior numero delle “apologie” (ben undici tra le più celebri) furono stilate nel corso del II sec. d. C. durante l’ impero (117-138 d. C.) di Publio Elio Adriano (76-138 d. C.), l’impero (138-161 d. C.) di Tito Aurelio Fulvo Antonino Pio (86-161 d. C.) e l’impero (161-180 d. C.) di Marco Aurelio Antonino (121-180 d. C.) ed, in seguito, ne sono state scritte nume-rose altre fino a tutto l’VIII sec. d. C. Gli “Apologeti”, detti anche “Padri della Chiesa”, furono preceduti dai “Padri Apostolici”. Sono stati così denominati quegli scrittori cristiani antesignani (quindi “pre-Apologeti”), i qua-li, realmente o presumibilmente, hanno avuto dirette relazioni con i cosiddetti “Apostoli” (10). Catelerius (1672) (11), a cui si deve la denominazione di “Padri Apostolici”, ne menziona cinque: Barnaba († 63 d. C.) (12), Cle-mente di Roma (30-100 d. C.) (13), Ignazio di Antiochia (35-107 d. C.) (14), Papia di Gerapoli (63-134 d. C.) (15), Policarpo di Smirne (69-157 d. C.) (16) ed Erma (II sec. d. C.) (17). Questi “Padri Apostolici” furono seguiti da una lunga schiera di infatuati “Apologeti” denominati “Padri della Chiesa” i quali non esitarono ad elaborare e falsifi-care la tradizione storica orale trasferendo, secondo gli interessi della loro associazione settaria, il mito della divinità in un personaggio umano emblematico, costruendogli un’appassionata pietosa vicenda tratta, con ogni evidenza, dalla risultante delle tristi vicende realmente vissute da personaggi psicopatici realmente esistiti, estrapolati da atten-dibili riferimenti storici. Ad esempio, come ricorda Donini (1991), «…Dalla fine della guerra del Peloponneso in poi, per oltre tre secoli, la parola d’ordine della remissione dei debiti, associata a quella della ridistribuzione delle terre, aveva spesso risuonato nel mondo del mediterraneo, sia in oriente che in occidente, ispirando tentativi di ri-volta tra i contadini e gli artigiani impoveriti. Le due rivendicazioni appaiono già accoppiate in Demostene e in Iso-crate, sin dal IV secolo a. C., e riecheggiano ancora in Plutarco, all’alba della nostra era. Quest’ultimo ci riporta un episodio singolarmente affine, nelle sue ripercussioni religiose, al dramma della passione e morte del Cristo. È il ca-so di Cleomene III, re di Sparta, che nel corso del III secolo a. C. aveva proposto di far “cancellare i debiti, ridistri-buire le terre ed emancipare gli iloti”. Cacciato dai suoi, si rifugiò ad Alessandria d’Egitto, organizzò una rivolta contro Tolomeo IV e di fronte al fallimento di quest’ultima impresa, si diede la morte. Prima di uccidersi aveva con-vocato dodici tra i suoi amici e sostenitori per una specie di “ultima cena”: aveva deplorato di essere stato tradito e aveva invitato tutti a desistere da una lotta inutile, come farà Gesù nel Getsemani. Il suo cadavere era stato inchio-dato ad una croce e il popolino, prontamente colpito dalla sua tragica fine e da tutta una serie di eventi straordinari che si erano verificati dopo la crocifissione del suo cadavere, aveva gridato al miracolo e lo aveva proclamato “figlio degli dei”. Va aggiunto, a questo proposito, che tra gli spartani e gli ebrei esistevano rapporti abbastanza stretti, spe-cialmente dopo il trasferimento a Sparta di un gruppo di israeliti, dietro invito del re Areo (309-265 a. C.). Il gran sacerdote Giasone, nel 168 a. C., per sfuggire alla repressione di Antioco IV, aveva ricercato e trovato ospitalità tra gli Spartani. Non si può, quindi, escludere che la storia della “passione” di Cleomene III abbia lasciato tracce nell’immaginazione popolare in terra di Palestina [cfr. Baron S,W.: «A social and religious Histoty of the Jew», New York, 1952-57 e Robertson A.: «The Origins of Christianity», London, 1953]…» (cfr. Donini A.: «Breve storia delle religioni», Roma, 1991). Ma, il più noto degli storici sedicenti “Messia” e sedicenti “Incarnati-divini” è, senz’altro il palestinese, omonimo del personaggio emblematico Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), Yeschuah Bar-Sirach“Padre nostro” che, con molta probabilità, sembra avere ispirato quella attribuita a Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) dai due Evangelisti che scrivono a nome di Matteo e di Luca (cfr. la nota 17 del par. 1 del Cap. IV) ― seguito dall’altro omonimo Yeschuah Bar-Hanania (Gesù Figlio di Anania) (62 d. C.), da Hanina Bar-Dossa (Anina Figlio di Dossa) (I sec. d. C.) famoso per le guarigioni miracolose, da Teuda (Teuda) (I sec. d.C.), da Menachem Bar-YehoudaElkasaï (Elcasai) (I-II sec. d. C.) proclamatosi “Messia-Redentore”, da Scimeön Bar-Kosiba (Simeone Figlio di Cosiba) (II sec. d. C.), detto anche Bar-Kokba (“Figlio della Stella”), ecc. Inoltre, dalle descrizioni evangeliche Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giusep-pe) risulta, comunque, ritenuto un visionario dalle autorità giudicanti (sia ebraico-sacedotali che romane) e ciò è, so-prattutto, documentato dal fatto che tali autorità, secondo la narrazione evangelica, permisero ai soldati di schernirlo con la messa in scena della pantomima di re da commedia come si soleva fare con gli esaltati mentali. A riguardo si ricorda il caso analogo descritto da Filone Alessandrino (17 a. C – 42 d. C.) (“Flaccum”, IV) come segue: «…Vi era in Alessandria un pazzo che si chiamava Karabas [..]. Si trascinò questo disgraziato alla palestra e lì fu fatto salire sopra un palco ben alto perché tutti potessero vederlo. A guisa di corona gli misero sul capo un cesto sfondato e sulle spalle, come mantello, un ruvido tappeto; poi un tale, vedendo un giunco lungo la strada, lo strappò e glielo mise in mano a guisa di scettro. Dopo averlo così decorato con le insegne della regalità, come se fosse un buffone da teatro, alcuni giovani con dei bastoni in spalla formarono intorno a lui la guardia del corpo, mentre altri venivano ad inchinarsi davanti a lui, a chiedergli giustizia, a consultarlo sugli affari pubblici…». D’altra parte, a riguardo, si ri-cordano anche le seguenti considerazioni di Buonaiuti (1926): «…atteggiandosi a Messia, Gesù si costituiva fo-mentatore di uno di quei subbugli, che incutevano così inquietanti preoccupazioni ai rappresentanti di Roma. […]. In verità l’atteggiamento del predicatore galileo poteva avere l’aria di essere quello di un esaltato e di un folle: non aveva alcuna apparenza di essere quello di un pericoloso ribelle. Anche se l’intimo valore del suo messaggio era in un rinnegamento integrale di tutte le forme e di tutti gli istituti, in cui gli uomini stabilizzano la loro tirannia e la loro sopraffazione, la stessa vastità del programma ne paralizzava l’efficacia immediata. Gesù non aveva attuato la dura consegna ricevuta dal padre per sovvertire un governo straniero o per instaurare un effimero monarcato […]. Co-munque, la connivenza comprensibile del sacerdozio e dell’ufficialità giudaica con la podestà politica di Roma non lasciava adito ad alcuna possibilità di scampo. […]. Pilato volle dalla bocca dell’imputato la confessione dell’imputazione, sotto la quale gli era stato consegnato. E lo interrogò se veramente egli fosse il re degli Ebrei. Im-pavido, Gesù rispose laconicamente [a dire degli evangelisti]: “tu lo dici” e dopo ciò si chiuse in un mutismo impe-netrabile [tipico segno di stato psicopatologico (18)]. Pilato sembrò esserne sorpreso. Ma in tutto l’andamento della procedura v’era già abbastanza perché egli si sentisse costretto ad emettere una condanna. L’eventualità di ripercus-sioni nella folla, di cui rigurgitava la Gerusalemme pasquale, poteva suggerire una sentenza immediata, non già la sua dilazione. Le misure pronte ed energiche costituiscono sempre un infallibile mezzo di sedazione della inquieta velleità insurrezionale di una massa. E Pilato lo condannò. Senza por tempo in mezzo, il condannato fu sottoposto alla flagellazione. Dopo di che, il messia, dolorante, fu lasciato in balia alla soldatesca del procuratore, che gli fece subire il ludibrio di una reale parodia…» (cfr. Buonaiuti E.: «Gesù il Cristo», Roma, 1926). Tuttavia, se l’imputato era riconosciuto “fuori di senno” la condanna poteva limitarsi alla semplice flagellazione ed allo scherno. Ciò è ben documentato dal caso di Yeschuah Bar-Hanania (Gesù Figlio di Anania), omonimo di Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), verficatosi nel 62 d. C. Costui, come attesta Giuseppe Flavio (37-103 d. C.) («Guerra Giudaica» VI, V, 3 da 300 a 309), in occasione della festa delle Campane si recò al Tempio di Gerusalemme lan-ciando minacciose invettive di imminente distruzione per cui fu catturato ed interrogato prima dalle autorità giudai-che e poi dal procuratore romano Lucceio Albino (62-64 d. C.) dal quale fu fatto flagellare e fatto rilasciare aven-dolo ritenuto affetto da pazzia. Secondo la narrazione evangelica, la stessa sorte non toccò a Yeschuah Bar-Yosef“Cristo”] Figlio di Giuseppe) poiché il Procuratore romano Ponzio Pilato, nonostante la sua intenzione di evi-targli la condanna a morte, secondo la narrazione evangelica, non si seppe imporre efficacemente, con la sua insin-dacabile autorità, alla iniqua decisione del Sinedrio e del popolo giudaico (19). È storicamente accertato come la primitiva evangelizzazione sia stata esclusivamente orale e, per quanto riguarda i suoi relativi riferimenti che hanno permesso di delineare il personaggio Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), sia stata comple-tamente basata sulla trama risultante da frammenti di racconti riguardanti episodi clamorosi di cronaca, suscitati da fanatici rivoltosi più o meno esaltati, e quindi trasmessi, quali “ajpo-mnhmoneuvmaqa”“retro-ricordineoistruttivi”), via via a successivi predicatori. Infatti, come testualmente afferma Deschner (1962), «…i Vangeli furono tramandati anonimi e solo in un secondo momento la Chiesa attribuì loro i nomi degli autori…» (Cfr. Deschner K.: «Abermals krähte der Hahn. Eine kritiske Kirchengeschichte», Hamburg, 1962) e, come confer-ma Cascioli (2001), «…per dimostrare che quanto scrivevano era vero, ricorsero tutti al sistema di far dipendere i loro Vangeli da fonti originali, cioè da personaggi che, avevano conosciuto direttamente il Salvatore o, alla peggio, che avevano contattato chi era stato con lui. Siccome i nomi più usati furono quelli degli apostoli, in una vera scia-rada di sofismi, questi autori dei vangeli del secondo secolo, non esitarono a mettere in bocca a quegli analfabeti pe-scatori del lago di Tiberiade ragionamenti teologicamente così complessi che spesso neppure loro che li avevano concepiti erano in grado di spiegare tanto che risultavano assurdi e fantasiosi…» (cfr. Cascioli L.: «La favola di Cri-sto», Viterbo, 2001). I redattori dei Vangeli appartengono tutti a più di una generazione successiva a quella dei per-sonaggi “kataV” (“sotto”) il cui nome scrivono. A riguardo Quesnel (1987) precisa che lo scrivere sotto falso nome non deve stupire in quanto «…nell’antichità la nozione di proprietà letteraria era completamente diversa dalla nostra. Un autore che scriveva sotto il nome di un glorioso antenato, rendeva omaggio a quest’ultimo senza avere coscienza di essere un falsario. La pseudoepigrafia ― termine tecnico per designare questa prassi ― era normale…» (cfr. Quesnel M.: «L’histoire des Évangiles», Paris, 1987). Ad esempio, l’evangelista Lévi Bar-Alfaîos (Levi Figlio di Al-feo) detto Matthia (Matteo), addirittura, non può essere neppure vissuto in Palestina, poiché dagli scritti a suo nome si rileva la non conoscenza dei luoghi in cui si sarebbero svolti i fatti da lui narrati. D’altra parte, la costruzione delle infarciture simboliche mitico-leggendarie, aggiunte nei Vangeli nel corso del III secolo, sono state tutte estrapolate dal culto di “Mitra”, antico di oltre 3.400 anni fa, di origine mesopotamica e diffusosi nell’impero romano alcuni secoli prima di quello del “Cristo”. Infatti, il parallelismo tra i due personaggi è stranamente sorprendente! La tradi-zione vuole che anche “Mitra”, come Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), era figlio di “Dio” (il “Dio Sole”), e come lui nacque da una giovane vergine in una grotta la notte tra il 24 ed il 25 dicembre, morì crocifisso a 33 anni, risuscitò dopo 3 giorni ed ascese al cielo, durante la sua breve vita predicò alle ciurme promettendo “salvezza”, “resurrezione” e “vita eterna”, effettuò in sua commemorazione un’“ultima cena” con il gruppo dei suoi intimi fedeli, ecc. (20). (Gesù Figlio di Sirac) (II sec. a. C.) ― il quale ha stranamente operato lo stesso tipo di miracoli, ha predicato gli stessi ammonimenti ed ha persino formulata una preghiera simile al (Mena-chem Figlio di Giuda) (I sec d.C.), da (Gesù [il (
In conclusione, quanto coscienziosamente esposto costituisce l’inconfutabile dimostrazione della mostruosa costru-zione del fantomatico personaggio, dal nome aramaico “Yeschuah Bar-Yosef” ed ebraico “Yeschuah Ben-Yosef” (Gesù [il “Cristo” = l’“Unto”] Figlio di Giuseppe), polarmente conosciuto come “Gesù” (diminutivo del suo no-me), riunendo frammentari episodi, estrapolati da attendibili riferimenti storici, delle tristi vicende realmente vissute da personaggi psicopatici storicamente esistiti ― tra i quali due “Yeschuah”, addirittura suoi omonimi ― conside-rati, dalla locale “Autorità Costituita” dell’epoca, pericolosi sovversivi, poiché solevano sobillare continuamente il popolo ad agire contro il potere oppressivo degli invasori (nel caso specifico i Romani), sia come semplici ribelli difensori dei deboli oppressi ed emarginati, sia come illusi predicatori di un’estrema moralità altruistica, sia come promulgatori utopistici di una pacifica convivenza umana, sia come ostinati riformatori religiosi in netto contrasto con il fondamentalismo farisaico che esigeva la rigida osservanza della legge mosaica. Quindi, allo scopo di ottenere ampio consenso popolare, i gestori (21) dell’ormai avviato “movimento cristiano (= untiano = messianico)” non hanno esitato a creare una carismatica “divinità umanizzata”“messia” della storia giudaica. Pertanto, inevitabil-mente, ne è scaturita la fantastica figura di un tipico personaggio affetto da “Sindrome disideativa illusoria coordi-nata con convinzioni illusorie mistico-religiose-teomegalomaniche-riformatrici” con segni di incipiente tendenza evolutiva (costituiti soprattutto dalla caratteristica insorgenza di complessi fenomeni allucinatori) (22), che, inevita-bilmente, doveva essere fatto risultare condannato alla pena capitale (tramite crocifissione) essendolo configurato come impostore (per la sua arrogante pretesa messianica), pericoloso sovversivo corruttore del popolo e sedizioso rivoluzionario. Comunque sia, l’inconfutabile evidenza che gli evangelisti hanno attribuito al protagonista del loro racconto vicende rilevate fra quelle realmente accadute a famigerati personaggi storici, costituisce la prova più effi-cace, valida a dimostrare che il personaggio comunemente conosciuto come “Gesù il Cristo” in realtà non è affatto esistito. di riferimento, modellandola sulle vicende dei più noti sedicenti

NOTE
(1) Cfr. L’Art. XXIX. IL VERO NOME ANAGRAFICO DEL PERSONAGGIO POPOLARMENTE CHIAMATO “GESÙ”.
(2) Cfr. l’Art. XLI. LA VERITÀ CIRCA LE COSIDDETTE “TESTIMONIANZE STORICHE” RIGUAR-DANTI IL PERSONAGGIO YESCHUAH BAR-YOSEF (GESÙ [IL “CRISTO”] FIGLIO DI GIUSEPPE).
(3) Cfr. Bossi E. (pubblicato con lo pseudonomino Milesbo): «Gesù Cristo non è mai esistito», Bellinzona, 1904. e «Gesù nella storia, nella Bibbia, nella mitologia», Bellinzona, 1935. Le inconfutabili documentazioni addotte nel primo di questi due libri sono state subito contestate da alcuni autori cattolici con ridicole argomentazioni (cfr. Fiori A.: «Il Cristo della Storia e delle Scritture. Risposta al libro di Milesbo “Gesù Cristo non è mai esistito”», Roma, 1905; Rocco C.M.: «Gesù non è mai esistito? Risposta al libro dell’avvocato Emilio Bossi (Milesbo)», Napoli, 1907; ecc.
(4) Cfr. Drews A.: «Die Christusmythe», Iena, 1909.
(5) Guardini R.: «Das Bild von Jesus dem Christus im Neuen Testament», Berlin, 1936.
(6) Cfr. Guy F.: «La fable de Jesus-Christ», Paris, 1964.
(7) Cfr. Cascioli L.: «La favola di Cristo», Viterbo, 2001.
(8) A riguardo è utile riportare le seguenti considerazioni di Orano (1911): «…Il Cristianesimo […] è dovuto diven-tare cattolicesimo per trionfare ed essere accettato dallo Stato per continuare; il Cristo [l’Unto] si è dovuto tramutare nel mitrato arcipotente pontefice rigido nella sua unicità di potenza universale. […]. Ecco il Cristianesimo che si fa Cattolicesimo. Ecco […] il papato dopo il Cristianesimo. […]. Il Cristianesimo non avrebbe avuto ragion d’essere, se non si fosse accumulata ed ingigantita tutta una psiche collettiva sotto lo stato della dominazione romana e dello sfruttamento esercitato dai romani, tra fibra e fibra dell’organismo sociale costituito sulla base della forza espansiva ed oppressiva. […]. L’idea cristiana nasce dalla distrazione di una parte degli uomini dalla rimanente società. […]. Il Cristianesimo è una santa bugia e tanto più sublime in quanto porta al paradosso quello spirito di ribellione alla ne-cessità. Ed è una bugia anzitutto perché è un idealismo: ogni idealismo è una menzogna dinanzi alla realtà. Lo è poi perché esso scaturisce precisamente dall’intimo senso di negazione tutto particolare dei popoli sognatori ossia delle masse le quali hanno soltanto una elaborazione fantastica nel loro insieme di attività mentali […]. Il fatto mistico del Cristianesimo svela un materiale antagonismo di dominatori che sfruttano e di sacerdoti che li proteggono e se ne avvantaggiano, e di una massa che è l’oggetto del dominio e dello sfruttamento. La menzogna sta precisamente in ciò, ossia nel far credere –– dato che vi sia questa necessità di una maggioranza sofferente ed inferiore –– che il sof-frire e l’essere inferiore sono le condizioni di valore, del nuovo valore umano, di quello che lega al bene supremo che si finge, appunto perché non è, fuori del terreno delle cose che sono, ossia dell’esistenza materiale. Il perdono evangelico è la causa che il tradizionale spirito di casta dà al dominio di chi è potente perché ha tutto; è il perdono, ossia il riconoscimento, con l’apparenza dell’acquiescente rassegnazione, che il debole, il povero, il miserabile, lo schiavo fanno del diritto di dominare di coloro che li dominano. […]. Il Cristianesimo nel sermone della montagna si rivela come una formazione di pensieri, di sentimenti e di norme di carattere negativo. […]. Il sermone della montagna non ha nessun intenzione di mutare le cose da quelle che sono. È anzi dal trovarle come esse sono che na-sce ogni ragione cristiana. Sta realmente nello spirito cristiano un nuovo singolare bisogno di soddisfare il senti-mento dell’uomo infelice. Il Cristo [l’Unto] non insegna già i precetti sociali per i quali la vita umana si liberi dalle miserie, dalle debolezze, dal delitto, dalla schiavitù materiale e morale, dalle malattie. Egli riconosce tutte queste cose ed il suo insegnamento si fa ― nella profonda e quasi cieca coscienza della loro ineluttabile necessità –– inse-gnamento di immobilità, di non ribellione, di non resistenza, di insensibilità. Il pensiero-sentimento del sermone della montagna è l’ingentilimento della concessione che l’anima del povero fa alla insuperabilità della povertà e della suggestione avvilente, per l’esperieza di esse. Beati i poveri nello spirito, dice tra le prime espressioni il Cristo [l’Unto] nel sermone, poiché loro verrà dato il regno dei cieli. È la meno attiva risposta ad una necessità che in altri tempi ha trovato, invece, una reazione nella energia umana modificatrice. I poveri di spirito, i deficienti, gli ebeti, i pazzi, in base alla sapienza scientifica, la società li prende e li isola, li cura, li corregge. Quindi, La società toglie i beati al regno dei cieli; così strano ed inconcepibile regno se esso dovrà essere pieno di poveri di spirito! Cristo [Unto] che promette il paradiso ai poveri di spirito [a riguardo si pensi che, come ha evidenziato Yadin (1962), l’espressione “poveri di spirito” nel rotolo sulla guerra, rinvenuto a Qumrận, è usato in linguaggio militare per indi-care i “combattenti” per una giusta causa (cfr. Yadin Y.: «The Scroll of the Sons of Light against the Sons of Darkness», Oxford, 1962)! Quindi, i “Kamikaze” sarebbero dei “poveri di spirito” abilmente manipolati per una presunta “giusta causa” e premiati con la promessa dell’avere assicurato l’accesso al “Regno dei cieli”!] […] nella coscienza moderna non trova più il suo posto […]. La fortuna del Cristianesimo sta nell’essere la più completa re-missione a quanto esiste. Il male, il vizio, l’avvilimento, il dolore sono […] una necessità, una verità. Non possiamo che riconoscerlo e non possiamo essere superiori alla sofferenza dicendo: beati quelli che soffrono; la più grande promessa […], il paradiso, è per quelli che soffrono e per i poveri. […]. In fondo il Cristianesimo si riduce a dire quello che è con la serena dolcezza e la semplicità di chi nulla può modificare e fare; […]. Il Cristianesimo racco-glie, con semplicità breve di assiomi parabolici, l’antichissima formazione dell’anima più parlante e meno facente, quella della massa povera, cui è tema continuo di lamento e di disperazione, di sospiro e di speranza, di desiderio e di sogno, la trama dei piccoli dolori particolari accanto alle fondamentali immense miserie comuni. Dire che si sof-fre e che insieme si pecca e si commette azioni contro la legge; questo è già gran parte del Cristianesimo. Di fatto il Cristianesimo si risolve in una contemplazione della inattività povera sul fare. Il Cristianesimo è un derivato di ap-prezzamenti e più specialmente dell’apprezzamento che la massa, la folla misera, avvilita, oziosa, ciarliera, maldi-cente, pronuncia sulle azioni di chi è in alto e domina. […]. Dobbiamo persuaderci che una delle radici rapidissima-mente efflorescenti del pensiero cristiano è il piacere del dolore [cioè il masochismo]. Sarà facile allora spiegare i martiri e la loro inclinazione a sottomettersi al martirio, a farsi oggetto delle azioni più violente ed intense della sof-ferenza. […]. Nel Cristianesimo il pensiero primo è quello della felicità, consistente nell’accettare serenamente il male che martirizza l’uomo e, quindi, il pensiero della trasfigurazione del soffrire-delizia in un diritto al premio, al regno celeste, al paradiso, sino alla suprema beatitudine della vita immateriale]. […]. Cristo [Unto] non ha recato nulla di nuovo nella predicazione. La fortuna del Vangelo sta appunto nella eternità monotona, nella immutabilità dell’elemento semplice di quello che vi si dice. […]. La rapida suggestione esercitata dalla parola di Cristo [di Unto] deve condurre ad una prima definitiva conclusione: quello che egli diceva tutti lo sentivano perché tutti lo avevano già in loro, in quella forma indeterminata ed oscura con cui tutti gli stati mentali un po’ astratti sono nella massa de-gli incolti; quello che Cristo [Unto] diceva doveva essere di una così profonda ed antica esistenza nella mente po-polare dei poveri da trovarla consona, rispondente, favorevole, convincente. […]. Il non dar nulla a chi nulla ha, il nessun tentativo del muoversi, del tendere, del fare, può dare una incredibile elettricità di beatitudine trepida e lunga allo spirito, il penetrare sino in fondo al sentimento più solitario contemplarlo nel suo non potere, sollevarlo lenta-mente nella deliziosa acquiescenza dell’anima assonnata, insegnare all’anima che essere come si è, consiste la su-prema saggezza […]: ecco il Cristianesimo. […]. Che cosa ha insegnato dunque Gesù Cristo [Unto]? Le parole del predicatore, discendente del re Davide di Gerusalemme, erano tutta la materia del pensiero popolare. Vanità delle vanità, ogni cosa è vanità. […]. Quello che è stato è lo stesso che sarà; e quello che è stato fatto è lo stesso che si fa-rà; e non vi è nulla di nuovo sotto il sole. […]. È il canto monocorde, monotono del vecchio Ecclesiaste, severa-mente incantato nella sua profonda delizia di scetticismo per il mondo esterno. E Cristo [Unto]? Che cosa ha egli detto di più? Che cosa ha aggiunto alla grandiosa voce del re Davide di qualche migliaio d’anni prima? Che cosa mai diceva alle turbe tenute nel fremito silenzioso dell’aspettativa? “Beati i poveri di spirito, i mansueti, i dolenti, gli affamati, gli assetati, i commiseranti, i puri di cuore, i perseguitati e gli avviliti”. E la enorme turba di ignoranti, di mansueti, di dolenti, di avviliti, di affamati, di semplici, levava il suo urlo di approvazione. Beati noi che siamo felici senza avere nulla, senza nulla potere e sapere e capire! E egli […] continuava a ripetere il salmo antichissimo, il canto ripetuto di chi sa quante disillusioni e sventure ignote. Voi siete la luce del mondo, continuava. […]. Il Cri-stianesimo muove dal bisogno ideale di risolvere il problema del sentimento di fronte alla necessità delle cose e delle condizioni che non soddisfano e che producono il male. […]. Il vangelo, seguendo il cammino di tutti i mistici-smi sociali, collettivi, riduce il problema della felicità e, quindi, le difficoltà di risolverlo. […]. Non si tratta di far intervenire l’intelligenza in un lavoro di scelta, in una difficoltà di giudizio e di apprezzamento. Anzi l’intelligenza non è necessaria e, meglio, non è nemmeno utile e, a volte, danneggia il supremo raccogliersi dello spirito su di sé medesimo, impedendo che sul nuovo esile ma dritto ed alto stelo di fede, che non ha quasi oggetto di fede, si formi il frutto bramato, teneramente luminoso della beatitudine. Non bisogna né sapere né fare nulla. […]. La nessuna novità dello spirito evangelico consiste nel fatto che il Cristo [Unto] di Galilea parlò le parole dell’esilio morale, dell’autosottrazione dell’anima al legame del vivere sociale, della evasione dalla società, ad un mondo che da innu-merevoli generazioni aveva sentito il bisogno di nascondersi in sé medesimo e di avere, senza dolore, senza fatica, la sublime beatitudine immutata; poiché, sfuggendo alle cose, agli uomini, alla società, alle contrarietà, agli ostacoli, alla lotta, al bene ed al male materiale, alle disillusioni, alle brame, ai sogni, lo spirito si distende in placidezza di trascendenze senza turbamento, senza confini. […]. Se soddisfacendosi, il desiderio non risorgesse più, se non so-pravvivesse lo stato di fastidio insostenibile, dopo ogni azione ed ogni esperienza, la coscienza cristiana non sarebbe nata. Io definirei il Cristianesimo, da questo lato, il primo tentativo di sopraffare, di vincere il pessimismo spontaneo e necessario, del resto della vita umana. Ed è un mezzo radicale, estremo, appunto perché estremo il fine. […]. Cri-sto [Unto] ha cantato l’inno della sua vita dolorosa, per lo meno angustiata, avvilita, smaniante di uscire dalle condi-zioni tradizionali le quali la soffocavano e la deformavano, e con l’inno della vita sua quello di tutti i componenti di molte classi, di interi strati sociali, ove la sciagura era legge, il dolore necessità, la rassegnazione sistema. Egli non l’ha insegnata questa rassegnazione. I Paria indiani l’avevano, mille e mille anni prima, ispirata al loro poeta; i mi-lioni e milioni di schiavi di tutte le razze e di tutte le epoche antecedenti l’avevano sentita passare, questa rassegna-zione, come un brivido ravvolgente, come un fremito di oscura freschezza sotto gli anelli delle loro pesanti catene, dentro consunti corpi angosciati dalle ferite e della ferocia dominatrice. […]. Il povero, lo schiavo, il reietto, il mise-rabile, sono sempre di fronte al signore, al ricco, al dominatore, al felice, al superbo. […]. Il Cristianesimo è una funzione particolare dello spirito di massa, il quale ha trovato in tutte le epoche le sue voci parlate e le sue voci scritte, i suoi poeti, i suoi parabolisti, i suoi vangeli, ed i suoi cristi [unti], le sue leggende ed i suoi culti, le sue esal-tazioni e le sue fortune. Poiché non è vero e non deve andar più sulle bocche di tutti ripetuto ed indiscusso che solo al Cristianesimo sia toccata la fortuna di far fortuna prevalendo ed infuturandosi. Ogni sentimentalismo remissivo, ogni espressione rassegnata delle masse lungamente oppresse ed impossibilitate, nella loro esistenza, alla trasforma-zione economica morale, ha levato il fiore della sua zolla, ha scritto il libro dei suoi dolori […]. Il Cristianesimo del Cristo [dell’Unto] di Palestina ha avuto realmente questa eccezionale fortuna; di essere, cioè, il reagente spirito del mondo avvilito e smentito dalla storia del mondo pagano il quale segna l’elevazione occidentale nella storia che noi oggi possiamo fare. […]. Quando parlò il Cristo [l’Unto] di Galilea, la rifinitezza della sofferenza umana era squisi-ta. Il dolore e la miseria umana, nel sentirsi e nel conoscersi, erano divenute una scienza. E i poveri erano tanti cristi [unti] allora. Un cuore di Gesù palpitava angosciosamente nel petto d’ogni uomo, e gli uomini, al disotto degli strati ove la vita si faceva col dominio del più forte e del più bello, lotta generante implacabilmente la schiavitù, al di sotto di quella lotta, gli uomini, sedimento torbido della lotta stessa, si sentivano uguali e senza distinzione di sesso, senza differenza di patria. Quello che non aveva voluto fare la potenza ricca, lo aveva dovuto fare la miseria gracile e mo-ribonda. I reietti dell’umanità sono stati i fabbricatori dell’idea di eguaglianza morale esclusiva, si intende, poiché essa si fattura fuori d’ogni campo di attività storico-sociale. […]. Il Cristianesimo è proprio degli sciagurati, degli angosciati, degli ammalati, dei deboli. Quando mai la salute e la gioia, la felicità e la forza hanno badato a lui? […]. Il sentimentalismo cristiano è una funzione psichica necessaria in certe condizioni sociali. In tale sentimentalismo che passa attraverso al terreno storico ebraico prima di riuscire ad enunciati più chiari e più suggestivi, come sono quelli degli Evangeli, sta un fondo d’interpretazione della vita che nessuna storia speciale ha propriamente creato, che risale con l’immenso proletariato di tutti i luoghi. […]. Il Cristianesimo di Cristo [di Unto] palestinese non è un’aurora, ma un tramonto; non è un principio, ma una conclusione. L’opinione potrà apparire rude ed iperbolica agli inabituati alla critica scevra di tradizionalismi. Poiché ciò non si concilia più con l’idea del cristianesimo rinno-vatore del mondo, che ha dato un’anima al povero e che ha suscitato la reazione dello schiavo. Poiché ciò non può andar d’accordo col criterio odierno, che mentre l’evangelismo è quasi in tutto il gran finale dell’opera sentimentale umana, la cosa nuova sia, invece, la Chiesa. La quale Chiesa diventa l’oggetto materiale, dinanzi alla cui analisi l’evangelismo non può essere nulla più di una letteratura, o di una chiesa ideata e non realizzata, o di un cristianesi-mo non riuscito. Maniera nuova di concepire la questione fortemente argomentata, dal fatto che il Cristianesimo, dove nasce, scompare quasi subito appena nato. Il fenomeno palestinese è un momento di inquietudine, l’agglomerarsi repentino di una folla misera che urla ed acclama; è il rapido elevarsi di una foresta di braccia scarne, e poi la violenza delle armi romane, la repressione, la condanna, e poi lo svanire d’ogni cosa nel brusio sopito di una leggenda melanconica. La Chiesa cristiana, invece, si fa nel mondo latino. È un tipo di associazione umana nuova, che nello storico terreno pagano si elabora. […]. Gloria, dunque, di storia latina, è tale trasformazione psichica uma-na, per la quale è venuto accadendo che si formassero relazioni di rassegnazione tra chi soffre e chi è anche causa di quella sofferenza e si venisse ad una concessione di sentimento tra chi ha, verso chi non ha. La lotta è certamente il mezzo, è la legge del divenire storico; ma ciò non toglie che i potenti ed i vincitori abbiano, un bel momento, dovuto adoperare con certi riguardi con i vinti ed i deboli, quasi una concessione oppure una transazione e, fino ad un certo punto, un patto. Patto che la Chiesa, appena costituita, sente la necessità di sanzionare. E il debitum legale canonico riconosce appunto il dovere che la Chiesa ha, ed assume, di mantenere i poveri alla condizione che restino poveri. […]. La teologia è il Cristianesimo, come la teoria del filosofo è il volgare empirismo delle masse. Il Cristianesimo è una filosofia anche esso; ma se è vero che il rabbi nazarenico ha persuaso la gente ignorante e povera, a che cosa mai serve l’andare a cercarne le ragioni nella teologia, che è un artificio, che è una voluta costruzione continuata per cento e cento anni e che i concili hanno il gusto di non voler fare finire e che le masse non possono leggere? Esclu-sivamente filosofia di plebe, in tutto e per tutto espressione storica antichissima di credenze dolorose e di sentimen-to, il Cristianesimo va analizzato nel farsi medesimo della psiche collettiva. […]. Dare spiegazioni teologiche del Cristianesimo, per via di enunciati più o meno dogmatici, è volerne proibire l’intelligibilità a tutta l’immensa massa che non può e non sa prendersi il lusso raffinato della metafisica e del dogma. L’insorgenza teologica nel contenuto di quell’elementare e gracile sentimento popolare, tradizionale quasi come la miseria, in cui Cristo [Unto] non mise di nuovo che la dolce debolezza affettuosa del suo temperamento di sognatore, ha fatto sì che, perdutasi dietro lo spessore dei dogmi e delle indefinite complicazioni teologiche la visione di quel povero paesaggio psicologico pale-stinese, si incominciasse a scorgere cattolicamente il fenomeno mistico e a non saper più intendere un enunciato evangelico che attraverso formule, definizioni ed artificiosità. C’è stata dunque nella Chiesa la tendenza a rendere il Cristianesimo difficile. La Chiesa essendosi proposto il dominio come scopo, se avesse lasciato povero di dialettica, privo di schemi, nella sua lineare e breve figura enunciativa, il Vangelo delle masse, ove avrebbe potuto attingere la forza psicologica del suo misticismo, leva del sistema sociale e politico che ella doveva far riuscire? Per tale ragione l’ignorante non ha mai conosciuto Cristo [Unto], ma il papa; non ha mai assistito al miracolo, ma alla messa; non ha mai visto i morti resuscitati, ma ne ha ricevuto l’imposizione. La Chiesa ha posto in contatto dell’uomo debole, per-ché privo […] d’esser curioso del vero, la grandiosa e spesso paurosa sceneggiatura del fasto cattolico. Al Vangelo, che è, in altre parole, uno dei tanti risultati dei primitivi empirismi delle masse, la Chiesa non ha lasciato avvicinare alcuno. La via sarebbe stata troppo breve e senza stanchezza […]. Invece la via ha dovuto essere quella della dottri-na, del simbolo, della teologia, del dogma, lunga, con molte salite, una via di lusso certamente, ma così costruita che i passeggeri sentono ogni istante il pericolo di mettere piede in fallo o, per lo meno, di camminare dove non si deve e, siccome i maestosi palazzi di quella via sono ricoperti di moltissime iscrizioni, grande parte delle quali proibisco-no che si guardi qua o là, il pericolo di rivolgere gli occhi per mala attenzione dove non è permesso. […]. La Chiesa da tanti secoli raccoglie le sue verità […]. Il cattolico vero deve saperle tutte ed, in mancanza di questa capacità, de-ve esercitare con precisione le regole del culto esterno, onde supplire formalmente alla inferiorità che è la titanica forza storica del sistema ecclesiastico. […]. A forza di sovrapporne, ossia a forza di scomparire quotidianamente sotto il monte dei paludamenti, il mondo cattolico ha perduto persino il più tenue concetto del Cristo [dell’Unto]. […]. La teologia è divenuta la tendenza intellettuale della chiesa, il suo automatico movimento ideale. Il teologo, facendo punto di partenza il Vecchio Testamento, arrestandosi a lungo nel Nuovo, discende giù, attraverso i Padri, ai Dottori, ai grandi cultori di patristica, ai giganteschi enciclopedisti della teologia. Tutta questa gente, a mano a mano che procedeva verso la modernità, si è venuta persuadendo che nel Vangelo c’è tutto. I sani e giusti movimenti di idee umane, le lotte per i rinnovamenti morali, i trionfi entusiastici della beneficenza, le vittorie dello spirito altrui-stico: tutto in quei quattro brevi racconti senza pretese accettati dai concili cattolici! …» (cfr. Orano P.: «Cristo e Quirino (il problema del Cristianesimo)», Firenze, 1911).
(9) Infatti, tutte le azioni attribuite dagli evangelisti al costruito personaggio Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), sono chiaramente finalizzate a rinforzare l’“imperialismo teocratico”, tanto che Calcioli (2001 con mirabile efficacia non esita ad affermare quanto segue: «…Tutti imbrogli finalizzati al raggiungimento di quell’imperialismo teocratico che era intrinseco nel suo monoteismo, tutte chiacchiere per abbindolare coloro che sono resi creduli dall’ignoranza, tutte dimostrazioni per truffare i miserabili, gli emarginati e tutti quei falliti che so-no portati a cercare in cielo ciò che non riescono ad ottenere sulla terra. […]. Promettendo una ricompensa dopo la morte a coloro che avrebbero sopportato con rassegnazione le ingiustizie ricevute su questa terra, minacciando i ric-chi di escluderli nel paradiso […], cos’altro aveva fatto se non sostenere l’ipocrisia di un falso socialismo che, pro-crastinando la giustizia dopo la morte, avrebbe lasciato le cose esattamente come stavano […]. D’altronde quale al-tra morale poteva predicare lui che stava per diventare un re se non quella che conviene agli imperialismi? Come sarebbe potuto pervenire alla teocrazia dal dominio universale sostenuta dalla sua Bibbia se avesse predicato vera-mente un’ideologia che esclude l’alienazione intellettuale dei popoli, quell’alienazione di cui le religioni hanno bi-sogno perché si debba credere senza comprendere?…» (cfr. Cascioli L.: Op. cit., Viterbo, 2001).
(10). Gli scritti dei “Padri Apostolici” per contenuto e forma sono affini all’“Epistole” neotestamentarie ma, ri-spetto alla funzione parenetica (ammonitorio-esortativa) e “de propaganda fide”, vi predomina l’aspetto esegetico (interpretativo). Gli autori cercano con semplici espressioni di chiarire ai neocredenti l’importanza della salvezza ap-portata da Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), la necessaria imposizione di ubbidienza ai superiori ecclesiastici, gli avvertimenti riguardo i pericoli delle eresie e degli scismi, ecc. Tali scritti sono di straor-dinario interesse per la comprensione del pensiero del cristianesimo primitivo e costituiscono la più antica testimo-nianza della tradizione religiosa cristiana.
(11) Cfr. Cotelerius F.: «Patres aevi apostolici», Paris, 1672.
(12) Il relativo scritto consiste in un’“Epistola” attribuita a Barnaba († 63 d. C.), il compagno di Schaöul (Paolo di Tarso) (5-70 d. C.), presumibilmente composta a suo nome tra il 70 ed il 170 d. C. (con molta probabilità tra il 96 ed il 98 d. C) e che non ha nulla in comune né con il «Vangelo di Barnaba», andato completamente perduto e nominato nell’elenco del Decretum Gelasianum, né con l’omonimo «Vangelo di Barnaba» composto nella seconda metà del XVI secolo (cfr. il par.5). Tale “Epistola” asserisce che Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) è “oJ uiJoV” tou` qeou`” (“il figlio di dio”) – cioè il figlio del “Temuto (Elohên) Onnipotente (Sahddaj) Padrone-nostro (Adon-aj) IL QUALE È (YHAWEH) in cielo (djvô = qeoV” = deus = dio)” –, è preesistente al creato ed è partecipe alle decisioni del padre celeste, carnalmente è venuto come discendente di Davide per rendersi accessibile all’umanità e riscattare i peccati d’Israele. Pertanto, ha sacrificato il suo corpo sulla croce ottenendo la remissione dei peccati e la rinascita degli eredi delle antiche promesse.
(13) Clemente di Roma (30-100 d. C.), indicato come “sunergw`n mou” (“collaboratore mio”) da Schaöul (Paolo di Tarso) (5-70 d. C.) (Filippesi IV, 3), fu il quarto Papa (88-97 d. C.). Di lui sono in lingua originale greca sono pervenute soltanto due “Epistole” indirizzate ai Corinti. Ma, la seconda, al pari delle cosiddette “Pseudoclementine” e di altri scritti genericamente denominati “Clementini”, composti nel III secolo, non si posso-no attribuire a Clemente di Roma (30-100 d. C.). Comunque, dall’unica “Epistola” autentica si legge che Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) è stato inviato dal Padre [il “Temuto (Elohên) Onnipotente (Sahddaj) Padrone-noi (Adon-aj) IL QUALE È (YHAWEH) in cielo (djvô = qeoV” = deus = dio)”] per la salvezza dell’umanità: «…toV ai|ma aujtou` e[dwken uJpeVr hJmw`n jIhsou`” CristoV” oJ kuvrio” hJmw`n ejn qel-hvmati qeou`. kaiV thVn savrka uJpeVr th`” sarkoV” hJmw`n kaiV thVn yuchVn uJpeVr tw`n yucw`n hJmw`n…» («… il sangue suo diede per noi Gesù Cristo il padrone nostro per volontà di dio [il “Temuto (Elohên) Onnipotente (Sahddaj) Padrone-nostro (Adon-aj) IL QUALE È (YHAWEH) in cielo (djvô = qeoV” = deus = dio)”], e la carne per la nostra carne e l’anima per la nostra anima…». Mentre della sua opera fondamentale intitolata « jA-navgnwsi”» («Riconoscimento»), ne è pervenuta solo una traduzione latina («Recognitio») effettuata da Rufino di Aquilea (345-411 d. C.) e stampata per la prima volta da Tauchnitz a Lipsia nel 1838.
(14) Scritte con sicurezza da Ignazio di Antiochia (35-107 d. C.) si conoscono sette “Epistole” (indirizzate rispetti-vamente alle comunità protocristiane di Efeso, Magnesia, Tralle, Roma, Filadelfia e Smirne ed a Policarpo vescovo di Smirne). In esse si legge che Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) – pensiero, verbo ed eterno figlio unico di Dio [il “Temuto (Elohên) Onnipotente (Sahddaj) Padrone-nostro (Adon-aj) IL QUALE È (YHAWEH) in cielo (djvô = qeoV” = deus = dio)”] – è Dio egli stesso (“…qeoV” hJmw`n jIhsou`” CristoV”…”) (agli Efesini XVIII, 2), fattosi visibile all’umanità incarnandosi come “figlio dell’uomo” e fattosi perseguitare e cro-cifiggere per la redenzione. Inoltre, vi si leggono espressioni chiaramente antisemitiche come “nella religione ebraica vi sono falsi insegnamenti, perfidie, vecchie ed inutili dicerie, orribili artifici, ecc.” (ai Filadelfensi VI, 1 e seg.; ai Magnesiensi VIII, 1 e seg.; ecc.) (cfr.Weijenborg K.: «Les lettres d’Ignace d’Antioche. Étude critique litté-raire et de la théologie», Lei, 1969).
(15) Di Papia (63-134 d. C.), vescovo do Gerapoli (in Frigia), si ricorda la sua massima opera in cinque libri intito-lata «Exhvghsi” tw`n lovgiwn tou` kurivou» («Esposizione dei detti del padrone»), andata perduta, della quale se ne conosce un frammento (cfr. la nota 5 del par. 2) riportato da Eusebio di Cesarea (265-339 d. C.) nella « jEkklhsiastikhv iJstoriva» («Storia ecchlesiastica») (III, 39).
(16) Di Policarpo di Smirne (69-157 d. C.) è pervenuta soltanto un’“Epistola” indirizzata ai Filippesi con la quale dà degli ammonimenti contro i doceti [credenti che il corpo di Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giu-seppe) fosse un fantasma] ed esorta all’obbedienza verso i sacerdoti ed i diaconi.
(17) L’unica opera di Erma (II sec. d. C.) che si conosce è il «Pastore». Tale opera, ricostituita attraverso le citazioni di antichi autori, attraverso un’antica versione latina ed attraverso delle parti contenute in due manoscritti greci. Uno, rinvenuto nel convento di Athos, completamente mancante dell’ultima parte, e l’altro, contenuto nel Codex Sinaiti-cus, che ne contiene soltanto la prima e la terza parte. Comunque, in tale opera non è mai direttamente menzionato Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), ma vi si apprende che il “Figlio di Dio” è lo “Spirito Santo” che si è fatto carne: «…oj deV ui>JoV” pneu`ma a{giovn ejstin […] toV pneu`ma toV a{gion toV proovn, toV ktivsan pa`san thVn ktivsin, katwv/kisenoJ qeov” savrka, h{n hjbouvleto…» («…il figlio è lo spi-rito santo […] lo spirito il santo il presistente, che creò ogni creatura, dio [il “Temuto (Elohên) Onnipotente (Sahddaj) Padrone-nostro (Adon-aj) IL QUALE È (YHAWEH) in cielo (djvô = qeoV” = deus = dio)”] lo fece abita-re nella carne, che aveva designato…») (Pastore LVIII, 2 e LIX, 5).
(18) Cfr. Art. XLII. ANAMNESI PATOLOGICA DEL PERSONAGGIO YESCHUAH BAR-YOSEF (GESÙ [IL “CRISTO”] FIGLIO DI GIUSEPPE).
(19) Il tentativo di Ponzio Pilato di salvare ad ogni costo Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giusep-pe) non era certamente motivato da un sentimento di pietà nei riguardi di un innocente, ma semplicemente per oppo-sizione alla volontà del Sinedrio. Infatti, a riguardo Potin (1994) non esita a dichiarare quanto segue: «…All’origine dei tentativi [di Ponzio Pilato] per salvare Gesù non ci sono certamente considerazioni giuridiche o umanitarie, ma piuttosto il suo odio verso i giudei. Fin dall’inizio del processo, vedendo che i membri del sinedrio volevano forzar-gli la mano, Pilato si guardò bene dal fare loro questo piacere. Non sarebbe diventato lo strumento delle loro richie-ste! Ma alla fine deve rassegnarsi quando minacciano di denunciarlo all’imperatore…» (cfr. Potin J.: Op. cit., Paris, 1994).
(20) Cfr. Ruggero I.: «Mitra», Marsilio, Venezia, 1998; Pavia C.: «Oro, incenso e Mitra», Gangemi Editore, Roma, 2003; Frau S.: «La strana storia di Mitra, Dio sosia di Gesù Cristo». La Repubblica, 29 agosto, 2000, ecc.
(21) La religione “cristiana” (= “untiana”) è inevitabilmente nata, come ogni altra religione, dalle esigenze umane del luogo e del momento, imponendosi per i suoi principi apparentemente innovatori e consolidandosi nel tempo per l’abilità dei suoi interessati gestori, costituitisi in “gerarchia ecclesiasica”. Quindi, il “cristianesimo” non ha un singolo fondatore, ma è stato prodotto da una particolare società umana per soddisfare i propri bisogni. Il relativo processo costruttivo è stato magistralmente sintetizzato da Bonanate (1994) come segue: «…Anche il cristianesimo, come tutte le religioni, è un prodotto dell’uomo, e l’uomo all’inizio dell’era volgare si è costruito una religione in grado di rispondere a bisogni, consci o inconsci, che egli aveva. Il cristianesimo si è imposto perché dava qualcosa di più delle altre religioni allora esistenti. Sia quella pagana, sia quella giudaica, benché in modi e per motivi diversi, lasciavano poco spazio al singolo: la prima lo sommergeva nei valori atavici della città, la seconda nei valori etnici del popolo. La grande novità introdotta dal cristianesimo fu l’idea e la realtà di una chiesa, cioè di un gruppo al quale si aderiva rimanendo membri della città o del popolo in cui si era nati, capace però di trasmettere maggiori certezze illusorie di quelle che ambedue sapevano conferire. La gerarchia ecclesiastica vedeva nella “successione apostolica” […] la garanzia dell’insegnamento impartito, in una fedeltà rigorosa al “deposito della fede”, trasmesso senza interruzioni fin dal momento della fondazione della chiesa. Per questo motivo proclamava di avere il potere e il compito di definire ciò che è verità e di assoggettare i fedeli al suo ossequio. Quella verità [che, in realtà, era men-zogna spacciata per verità] non la conquistava la ragione (e, quindi, non si identificava con la verità autentica), ma apparteneva all’organismo suo custode, con il quale si trovava in un rapporto esclusivo e determinante. Dal punto di vista sociologico si trattava di una innovazione di rilevante portata, in quanto spostava l’accento da nozioni […], ap-partenenti all’esperienza irriflessa di qualsiasi uomo (pagano o ebreo), al gruppo nel cui interno risiedeva tutta la “verità”, rivelata da una figura storica vissuta pochi decenni prima, in seguito resa patrimonio comune di chiunque volesse accettarla…» (cfr. Bonanante U.: «Nascita di una religione. L’origine del cristianesimo», Torino, 1994. D’altra parte, nell’Opera « jAlhqhV” lovgo”» («Discorso veritiero»), composta intorno al 170 d. C. dal filosofo platonico Celso (II sec. d. C.) si presentava Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) come un comune truffatore, attribuendo tutto ciò che era straordinario in lui all’invenzione dei suoi primi seguaci e spiegando il rapido diffondersi del cristianesimo come dovuto all’impressione suscitata nelle menti incolte dalle spaventose immagini del giudizio universale e del fuoco eterno infernale (cfr. Colonna A.: «Contro Celso di Origine», Torino, 1971 e Roma, 1976; Lanata G.: «Celso. Il discorso vero», Milano, 1987; ecc.); tuttavia, fra i frammenti riportati da Origene (185-254 d. C.) in «Contro Celso» si legge il seguente contraddittorio di un giudeo che si rivolge a Ye-schuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) dicendogli: «…Tu dici che un fantasma di uccello ti ha sorvolato scendendo dall’alto, mentre eri immerso nel fiume accanto a Giovanni; quale testimonio degno di fede vi-de questo fantasma, ovvero chi mai sentì la voce dal cielo che proclamava te Figlio di Dio?…» (I, 41). Comunque, la dimostrazione inconfutabile, che il personaggio emblematico Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe), dalla descrizione evangelica, non doveva affatto avere l’intenzione di fondare una nuova religione, è data dal fatto che si mostrava fermamente convinto della sua predizione, rivelatasi fallita, come si verifica per ogni ciar-lataneria,