Zarathustra e le radici del Cristianesimo giovedì, Ago 10 2006 

Lasciamo da parte, per questa pausa d’Agosto, i discorsi sui vangeli e andiamo invece a dare un occhiata alle radici del Cristianesimo. Un po’ ovunque potrete leggere dei Cristiani delle origini, secondo la religione perseguitati dai Romani e secondo la storia puniti dai Romani in quanto sovversivi e ribelli. Come sappiamo il Cristianesimo, o meglio il Messianismo di Gesù, nacque basandosi sulla religione Ebraica, ma il popolo Ebraico, essendo un popolo nomade, non ha mai avuto una religione forte ed unica, sino a quando non fu liberato dall’esilio Babilonese.
Quando Nabuccodonosor deportò il popolo Ebraico in Babilonia, qui gli Ebrei entrarono in contatto con una religione forte, una religione basata su un solo dio, una religione che teneva unito il regno. Alla vista di questa Teocrazia così funzionale, una volta liberato da Ciro il Grande, il popolo Ebraico si mise al lavoro per generare la propria religione, basata su quello che aveva appreso dai Babilonesi, e così nacque il Pentateuco, ovvero i primi cinque libri della Bibbia.
Ma qual’era questa religione Babilonese? Si chiamava Zoroastrismo, filone teologico nato dal Mazdeismo, e affondava le sue radici addirittura a mille anni prima di Cristo.
Secondo la tradizione lo Zoroastrismo, anche detto Mazdeismo, nasce con la parola di Zarathustra (Zoroastro), nella Persia di circa 8000 anni fa: l’attuale Iran. In realtà, anche se alcuni zoroastristi lo fanno risalire solo al 600 a.C., analisi storiche sullo stile della sua scrittura situano la vita di Zarathustra fra il 1500 e il 1000 a.C.

Il Mazdeismo adora Ahura Mazda, il “Saggio Signore”, creatore del mondo e dell’uomo, che sarà giudice alla fine dei tempi. Egli agisce tramite Spenta Mainyu (in avestico “santo spirito”) di cui è padre, i sei amesha spenta, “santi immortali”, sorta di arcangeli, e gli yavata (“venerabili”), analoghi agli angeli minori, fra cui Mitra è il più importante. Il nemico di Ahura Mazda è Angra Mainyu, (“spirito malvagio”), dio del male, della menzogna, delle tenebre e dell’impurità e origine delle malattie, che agisce circondato dai sei daeva, i demoni, e che si è ribellato a Mazda 3000 anni dopo la creazione del Mondo.

Nello Zoroastrismo i due Mainyu, Spenta e Angra, che si rivolgono rispettivamente al bene (asha) e al male (drug), così come gli amesha spenta, gli yavata e i daeva, sono spiriti nati nel mondo creato da Mazda, e acquisiscono spesso carattere di principi astratti, concetti etici, il cui confronto avviene a livello di coscienza individuale, tanto che si può parlare del primo vero monoteismo della storia della religione.

Il libro sacro dello Zoroastrismo è l’Avesta, che include le parole originarie di Zarathustra, raccolte nei cinque inni detti Gatha. Il Mondo secondo lo Zoroastrismo deve attraversare tre ere: la creazione, il mondo presente, in cui il Bene e il Male si mescolano e si fronteggiano, l’era finale, in cui il Bene e il Male saranno separati e il Bene vincerà sul Male, grazie all’intervento di un Saoshyant (“Salvatore”), nato da una vergine della genia del profeta Zoroastro, che risorgerà dalla morte per essere giudice nel Giudizio Finale.
Zoroastro per primo predicò la resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale in cui l’uomo, al cospetto di Dio, deve rispondere delle sue buone e cattive azioni.

Lascio, come sempre, a voi il giudizio di queste informazioni, aggiungendo anche un’altro dettaglio : Ahura Mazda fece piovere su tutto il mondo per liberarlo dal male, salvando gli animali e ponendoli in un palazzo su di un monte altissimo.
Di seguito vi riporto un testo (che avevo trovato su un sito di cui purtroppo ho perso il link) piuttosto lungo ma molto interessante riguardo a Zarathustra. Buona lettura, spero vi basti per un po’.

Così parlò Zarathustra a Gesù e a Maometto
Testo tratto da: I Persiani di Gerhard Schweizer – Garzanti Editore

La storia della Persia iniziò a Battria e prima ancora che un governatore vi regnasse in nome dei re divini, visse a Battria un uomo che sarebbe diventato, più di qualsiasi altro, una figura determinante per la notorietà della cultura persiana in occidente. Costui fondò una religione e diede alla Persia, una nuova spiritualità. Ma ancora di più: egli ha elaborato una visione del mondo che ha avuto ripercussioni decisive sulla nostra stessa cultura, plasmandola in aspetti non secondari. L’uomo era Zarathustra. Chi, non conoscendo gli avvenimenti del passato, supporrebbe che il fondatore di una tale religione abbia avuto un’importanza storica mondiale? Quando gli arabi conquistarono la Persia e vi diffusero l’islamismo, la religione antico-iraniana scomparve quasi completamente dalla regione e Zarathustra rimase a lungo, per i posteri, un profeta la cui dottrina era stata superata e soppiantata da quella di fondatori di religioni più affermate – Gesù Cristo, Maometto, Budda. Un uomo quindi irrevocabilmente travolto dalla storia. Pur tuttavia, molti principi teologici delle religioni moderne, la cui origine fu a lungo ricercata nei profeti ebraici, sono già delineati negli scritti di Zarathustra. Questo è già un motivo sufficiente per chiedersi se la religione ebraica e, in seguito, il cristianesimo e l’islamismo non siano stati profondamente influenzati dal suo insegnamento. Sulla persona di Zarathustra sappiamo ancor oggi ben poco. Gli storici disputarono a lungo sulla sua data di nascita e sui luoghi in cui visse e agì. Non esistono indizi veramente affidabili anche perché‚ i suoi insegnamenti vennero messi per iscritto secoli dopo la sua morte con l’eccezione delle Gàthà, le prediche in versi, o inni, che si ascrivono a Zarathustra stesso; anche quest’ultime però ritraggono la biografia del profeta a tratti vaghi. La leggenda si basa solo su scritti postumi. Oggi – dopo complessi studi linguistici e comparazioni di testi antico-iraniani – la maggior parte dei ricercatori è arrivata alla conclusione che Zarathustra dovrebbe essere nato attorno all’anno 630 prima dell’epoca cristiana nella città di Battria. Di conseguenza non era un persiano bensì un battriano, come allora si chiamavano gli abitanti della regione. Ma apparteneva come i persiani agli Arya, la grande stirpe indoeuropea che a partire dal terzo millennio prima di Cristo si era spinta ininterrottamente dall’Asia centrale verso sud. Il nome Arya (oggi arii o ariani) se lo erano scelto gli stessi bellicosi nomadi; significa “i nobili” e doveva rendere evidente il distacco che volevano frapporre tra loro e i popoli sottomessi. Alcune tribù erano penetrate in India attorno al 1900 prima dell’epoca cristiana ed avevano fondato nel corso di dieci generazioni il sistema di caste degli indù, altre tribù erano confluite nello stesso periodo nei grandi altipiani disabitati, con steppe e deserti, montagne e fertili valli, in quel paese che alla fine si chiamerà “Iran”, “paese degli ariani”. Il nome di Zarathustra rivela la sua discendenza da una famiglia di ricchi allevatori, tradotto significa “l’uomo dai vecchi cammelli”. Suo padre si chiamava Porushaspa, “quello dei destrieri balzani”, come sta scritto nei frammenti a noi pervenuti dell’Avesta, la bibbia di Zarathustra. Se si vuole prestar fede alla leggendaria tradizione dell’Avesta, Zarathustra fu il terzo figlio di una distinta famiglia nobile, gli Spitama, che ebbero cinque figli. Il padre sembra esser stato sacerdote di un clan di nobili allevatori che non avevano alcun tempio e offrivano i loro riti sacrificali all’aperto, nella steppa. Influenzato spiritualmente dalle tradizioni nomadi della sua tribù e dalla vita cittadina di Battria, fu destinato, ancora molto giovane, a seguire le orme del padre, a diventare lui pure sacerdote. Ma di quale religione? Le testimonianze scritte del tempo sono poche, ma bastano a delineare un quadro sufficientemente chiarificatore. Gli iraniani dai battriani ai medi fino ai persiani – suddividevano i loro dei in due classi: le divinità superiori della luce che abitavano nel cosmo, gli ahura, e gli spiriti inferiori che dimoravano nella terra, nel vento, nell’acqua e nel fuoco, i daeya. Nessun uomo però si sentiva in grado di comprendere razionalmente l’autorità di tali dei, talvolta li si percepiva senza un motivo ben identificabile come amici e soccorritori, altre volte crudeli e distruttori. Mancava ancora un profeta che, col suo messaggio, delineasse in quell’insondabile complesso di divinità un ordine profondo e illuminante. Gli iraniani potevano solo sperare di rendere clementi quegli dei misteriosi e inquietanti tramite canti di lode e doni sacrificali. Nei loro solenni rituali doveva scorrere abbondante sangue di tori e di buoi, per lenire il terrore di un destino incommensurabile. I sacerdoti e il popolo bevevano, in determinate occasioni, una bevanda inebriante che portava il nome del loro dio dell’estasi, Haoma, e con danze ritmiche interminabili cadevano in trance per percepire, sia pur per brevi momenti, l’incantevole ebbrezza dell’immortalità, come i loro dei. Zarathustra si accorse ben presto dell’inadeguatezza di tali rituali, dato che all’età di vent’anni abbandonò la sua patria e parti in solitudine. Lui, che si nominava uno zaotar, poeta sacro e predicatore, voltò le spalle al mestiere di sacerdote. Dieci anni, forse anche vent’anni, dovettero durare le peregrinazioni del religioso viandante. Nell’Avesta troviamo scritto soltanto che alla fine, sul fiume Daitya, gli apparve un angelo e si sarebbe verificato uno dei più fecondi avvenimenti per la storia delle religioni. Zarathustra ebbe la visione della lotta cosmica tra le forze del bene e del male, tra Dio e Satana; poi della resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale e della continuazione dell’esistenza dopo la morte, nel paradiso o nell’inferno – tutto ciò molto prima che i profeti di altre religioni annunciassero gli stessi principi.
Se le supposizioni degli storici sono esatte questo è avvenuto negli anni che vanno dal 610 al 590 prima dell’epoca cristiana. Quindi seicento anni prima di Cristo e mille e duecento anni prima di Maometto, ma seicento anni dopo Mosé. Sul fiume Daitya apparve – cosi raccontano le Gàthà – al religioso viandante, dopo lunghe meditazioni, l’angelo Vohu Manu “animo buono” avvolto in uno splendido mantello di luce che lo condusse al trono del dio Ahura Mazdah “signore saggio”. Zarathustra salutò il dio con un inno che culminava con le parole: “…io bramo, con queste mie parole, conoscerete, di tutti il più saggio, il creatore di ogni cosa per tramite dello Spirito santo”. Passarono diversi anni prima che Zarathustra, dopo quella visione, uscisse dalla solitudine iniziando quindi a predicare nella capitale della sua patria. La gente lo ascoltava senza troppo interesse, i sacerdoti e i nobili lo respingevano duramente. Pochi furono i seguaci che si strinsero attorno a lui e lo accompagnarono nei suoi viaggi di predicazione sulle piazze dei mercati nelle città, nei paesi e negli accampamenti di tende. Dopo anni di delusioni e di persecuzioni lasciò Battria e coi pochi suoi discepoli andò nel regno di Corasmia. Il re Vistaspa lo accolse benevolmente, tenne lunghe conversazioni con lui e si convertì alla nuova fede: fu un successo decisivo. I nobili a corte seguirono ben presto l’esempio del re, così fecero pure i sacerdoti. Zarathustra poté‚ iniziare la sua opera. Sotto la protezione del re fece costruire davanti alle porte della città il suo famoso tempio del fuoco al cui altare, all’aperto, i sacerdoti intonavano canti e catechizzavano il popolo. Non c’era più bisogno di sacrificare vittime animali per rendere benevoli gli dei. Chi agiva secondo i precetti del “saggio signore”, Ahura Mazdah, cioè rettitudine, laboriosità e onestà, poteva sperare nella grazia divina per l’avvenire. Keshmar divenne la residenza di Zarathustra e in quella città affluirono i curiosi per ascoltare le sue prediche, da lì partirono i suoi allievi come missionari nelle province lontane e in altri regni. Ciò nonostante non mancarono le difficoltà e gli ostacoli. La casta dei nobili sacerdoti, da lungo tempo insediati nella città, rimase testardamente fedele alla religione preesistente e si coalizzò con i principi degli stati vicini contro il riformatore. La guerra che segui fu fatale al fondatore della religione e al suo protettore, il re Vistaspa. Zarathustra rispose ai suoi avversari non meno bellicosamente, come indica un passo delle sue prediche in versi a noi pervenute: “Nessuno di voi presti ascolto alle parole e alle istruzioni del servo della menzogna perché‚ costui getta la casa e il paese, la provincia e lo stato in miseria e rovina. Quindi opponetevi a lui con le armi!”. Si arrivò così alla prima guerra di religione sul territorio persiano. Per Zarathustra terminò in una catastrofe. Le truppe nemiche, quando penetrarono nella capitale, bastonarono a morte il vecchio di settantasette anni prima di doversi ritirare in fuga. Zarathustra mori da martire – come tanti padri fondatori di religioni. Avvenne attorno all’anno 553 a.C. Secondo la leggenda la dottrina di Zarathustra fu scritta, ancora ai tempi del maestro, con inchiostro d’oro su dodicimila pelli di bue e venne poi conservata nella biblioteca reale di Persepoli. Di quell’originale non ci è pervenuto alcunché‚ dev’essere verosimilmente finito alle fiamme nell’anno 330 prima dell’epoca cristiana quando i soldati di Alessandro il Grande, conquistata la città, vi appiccarono fuoco. Ciò che è rimasto sono copie redatte seicento anni dopo da sacerdoti, sulla base di altri esemplari dell’Avesta; anche di quelle ci sono pervenute soltanto parti frammentarie perché‚ gli arabi, durante la loro avanzata conquistatrice, operarono ripetute distruzioni. I brani a noi pervenuti forniscono in ogni caso sufficienti chiarificazioni sulla sua dottrina. A questo punto sorge il dubbio: si tratta sempre di idee originarie di Zarathustra? Probabilmente ben poco dev’essere cambiato dalla prima stesura di mille anni precedente, ma per gli studiosi di religioni il corpo di informazioni redatte dai sacerdoti posteriori a Zarathustra non è fino in fondo attendibile. Zarathustra ha – come molti padri di religioni – lasciato ben poco di scritto. Di tutto ciò che ci è pervenuto, solo le Gàthà (Gli inni) nei libri Yasna (Riti del sacrificio) che potrebbero essere ascritti direttamente a lui; esse furono infatti redatte in un dialetto simile al sanscrito come era allora in uso a Battria. Si tratta però di pochi punti di riferimento precisi che, nonostante ciò, permettono di ricostruire con una certa approssimazione i caratteri grandiosi e unici della sua dottrina. Zarathustra confutò la fede dei suoi padri che riconosceva un gran numero di ahura, le divinità della luce, e di daeva, i demoni. Egli sostenne che una sola di quelle divinità ahura era l’unico dio: Ahura Mazdah, “saggio signore”. Ahura Mazdah non appare più agli uomini, come gli altri ahura, in maniera visibile, non sposa altre dee e non genera figli, non è nemmeno più una divinità volubile che, incomprensibilmente, dispensa a volte il bene, altre volte il male. Il suo Ahura Mazdah non ha un ‘immagine corporea, è onnipresente, astratto e eterno; ben lontano dalle passioni umane incarna un principio facilmente identificabile: il bene. A questo unico dio si oppone però un antagonista col nome di Angra Mainyu, lo “spirito del male”. Il grande oppositore, un daeva in origine, non lascia niente di intentato per distogliere gli uomini dalla fede nel bene. Ci sono poi figure ausiliarie quali forze del bene e del male, sono spiriti e demoni derivati, nelle loro qualità, dalle divinità precedenti. Dalla parte di Ahura Mazdah sta innanzi tutto Spenta Mainyu, “spirito santo” che compare talvolta quale incarnazione dell’unico dio, altre volte come entità a se stante in qualità di annunciatore della volontà divina. I dei-servitori di questo “spirito santo” sono divinità della luce, amesha spentas, “spiriti immortali”, gli angeli; essi ricevono di regola l’incarico di annunciare agli uomini i messaggi divini. Vohu Manu, “animo buono”, era uno di quegli angeli apparso a Zarathustra per accompagnarlo al trono di dio.
Dalla parte dello “spirito del male”, Angra Mainyu, stanno i daeva, i demoni. A quel gruppo appartengono la maggior parte delle divinità venerate dai contemporanei di Zarathustra e sono spiriti cupi al servizio del male. Dio è eterno ma la lotta tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, è limitata nel tempo, così insegnò Zarathustra. La lotta iniziò dopo che Dio aveva creato un mondo senza peccato, abitato da un uomo e da un animale ideali. Allora, nel regno della luce di Ahura Mazdah, comparve il suo antagonista Angra Mainyu che negò la creazione divina e volle corromperla secondo le sue attitudini. Passarono tremila anni finché‚ lo spirito del male riuscì a penetrare nel mondo senza peccato e a eliminare l’uomo e l’animale ideali. Da quel momento si moltiplicarono sulla terra i demoni inferiori generati da Angra Mainyu. Lo spirito del male non riuscì però a scacciare dal mondo l’influenza del bene perché‚ sia l’uomo che l’animale ideali avevano lasciato il loro seme sulla terra. Da quel seme nacquero, magicamente, la prima coppia umana e le prime specie animali. In quelle nuove forme viventi erano però frammischiati sia il bene che il male, l’epoca d’oro del paradiso senza antagonismi e senza peccato era finita. Fu così che iniziò la storia universale costellata da conflitti e intrighi drammatici, da quel momento l’uomo fu, ed e ancora, chiamato a scegliere tra il bene e il male. La nuova epoca durava da trentamila anni. Poi Dio decise di aiutare gli uomini inviando tra loro un profeta: Zarathustra. Il profeta però viene riconosciuto tale solo da una minoranza degli uomini e più tempo passerà dalla sua morte, più gli uomini si allontaneranno dalla morale e dalla virtù. Come punizione Dio condannerà il mondo a una catastrofe di inondazioni, di incendi e di guerre disastrose, quindi i suoi angeli suoneranno le trombe del giudizio universale. Così gli uomini tutti si alzeranno dalle loro tombe e dovranno rispondere al cospetto del divino signore della loro vita, se hanno accettato o rifiutato il messaggio spirituale del profeta. Mentre per i fedeli inizia a quel punto una “vita eterna” nel regno di Dio, gli altri saranno condannati all’eterno tormento” nell’inferno. Alcuni caratteri di questo insegnamento religioso erano nuovi, mai formulati e predicati fino ad allora da nessun altro uomo. Spesso si tratta di concetti che i cristiani, gli ebrei e i musulmani, pur con tutte le differenze nei dettagli, riconoscono a loro familiari, ovvi addirittura. Tutto ciò fu annunciato seicento anni prima della nascita di Cristo! In ogni caso però la dottrina di Zarathustra nacque mezzo millennio dopo Mosé e più di un secolo dopo la venuta dei grandi profeti ebraici Isaia, Geremia e Elia. Quanto ci fu di veramente originale in Zarathustra? Quali conseguenze ebbe la sua dottrina? Quanto ha ripreso da altri modelli religiosi e in che cosa influenzò religioni posteriori? Ancora oggi gli storici delle religioni dibattono attorno alla questione se Zarathustra abbia riformulato in maniera più chiara idee già preesistenti oppure se creò qualcosa di radicalmente nuovo. Alcune delle loro ricerche però possono già essere prese come certezze ed ora le esamineremo. Iniziamo dalla fede in un dio unico. Zarathustra ha fondato una religione monoteistica ma non fu affatto il primo ad annunciare il credo in un unico dio. Gli ebrei, i cristiani e i musulmani ascrivono tale primogenitura al patriarca ebreo Abramo che attorno al 2100 a.C. emigrò dalla Mesopotamia a Cana. Abramo visse mille e cinquecento anni prima di Zarathustra, anche Mosé e Isaia sono precedenti al padre della religione dell’Iran orientale. Zarathustra è stato influenzato da quei profeti ebrei? Battria era una città di commerci posta su una battuta via carovaniera sulla quale i mercanti del Mediterraneo si recavano fino in India e in Cina. Una città cosmopolita dunque, dove confluivano anche le idee dell’oriente e dell’occidente. Ciò nonostante è ben poco verosimile che il pensiero ebraico sia arrivato fino a Battria dato che gli ebrei non mostravano propensione a viaggiare cosi lontano e meno ancora a predicare ad altri popoli la loro religione. Zarathustra dovette ricevere stimoli da un’altra direzione. Ma quale? Nessun popolo del suo tempo, eccetto gli ebrei, credeva in un unico dio valido per tutti gli uomini. Un popolo però aveva mosso i primi passi in quella direzione: gli indiani arii. Gli indiani avevano iniziato già un secolo prima di Zarathustra a sviluppare nella parte filosofica del loro Veda, la cosiddetta Upanisad (dottrina segreta), una nuova forma di religione. Non pochi tra i loro significativi pensatori presumevano che, dietro la complicata molteplicità degli dei, ci fosse una magica forza primigenia, un’anima universale creatrice del tutto che veniva chiamata brahman. Si trattava di un principio astratto quasi incomprensibile per le masse dei fedeli. I semplici contadini e artigiani continuavano a credere solo a Siva, Visnu e a mille altre divinità – per i colti sacerdoti quegli dei rappresentavano soltanto forme apparenti dell’inesauribile brahman. L’unità oltre la più svariata molteplicità! Presso gli indiani si stava delineando, sia pur con contorni vaghi, l’idea del dio unico. Zarathustra conosceva forse quei testi? E probabile. Addirittura molto verosimile dato che l’orientalista americano Richard Frye richiama l’attenzione sul fatto che le sue preghiere in versi, le Gatha, sono riconducibili per metro e ritmo al Veda dei brahman indiani. Lo stesso titolo dell’opera omnia Avesta (Sapere) corrisponde a quello della raccolta indiana di scritti religiosi Veda (Sapere). Inutile sottolineare che non dovrebbe esser stato difficile decifrare la “lingua sacra” degli indiani arii, il sanscrito, che era parecchio somigliante al dialetto di Battria. A quel tempo dovevano poi verificarsi frequenti contatti tra i sacerdoti arii dell’Iran orientale e dell’India settentrionale.
Zarathustra avrebbe quindi sviluppato ulteriormente, e in maniera radicale, ciò che gli eruditi indù avevano fatto germogliare; egli ha – indipendentemente dai profeti ebraici e con lo sguardo diretto all’India – impresso un nuovo corso all’idea di un “principio primordiale”, di un “anima universale”. Vicino a Battria, molto lontano dalla Palestina, la culla dei profeti ebrei, ha preso corpo ancora una volta, e in un geniale atto creativo, la fede in un unico Dio. Zarathustra però non diventerà per questo un genio nella storia delle religioni. Elaborò soltanto ciò che gli ebrei avevano già formulato in maniera analoga. L’idea della fede in un unico dio non avrebbe tardato a imporsi se lui stesso non fosse vissuto. Dove sta dunque l’aspetto unico e originale che, prima di lui, nessun profeta annunziò? Qual è il nuovo che influì in maniera decisiva su altre e posteriori religioni? Oggi una gran parte degli studiosi di storia delle religioni, impegnati nell’analisi delle fonti storiche, sono d’accordo nel loro giudizio su un punto: che Zarathustra fu il primo profeta ad annunciare l’esistenza di Satana. Zarathustra per primo ha considerato il mondo terreno come il luogo dello scontro tra il bene e il male e nessuno prima di lui ha chiamato gli uomini a fare una libera scelta tra queste due forze assolute. Zarathustra ha – come si espresse il suo lontano ammiratore e critico Friedrich Nietzsche in Ecce homo – “intuito per primo quella che e’ la ruota decisiva nell’ingranaggio delle cose, la traduzione della morale nella metafisica”. E certo che questo modello ha dei precedenti – gli indiani arii e gli iraniani operavano da tempo una distinzione tra dei del bene e del male, suddividendo così l’universo in due mondi contrapposti – ma fu peculiare di Zarathustra l’aver fissato linee precise in quell’ordine ancora vago. Lui per primo predicò la resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale in cui l’uomo, al cospetto di Dio, deve rispondere delle sue buone e cattive azioni. Prima di Zarathustra nessuno ha annunciato l’esistenza di un aldilà, del paradiso per i buoni e dell’inferno per i cattivi. Ciò che molti di noi credevano appartenesse al patrimonio inventivo degli ebrei non venne ideato per tramite di apparizioni nei deserti della Giudea o sul fiume Giordano, bensì nelle montagne e nelle steppe dell’Afghanistan e sulle rive dell’Amu Darja. Gli ebrei ai tempi di Zarathustra conoscevano già i dieci comandamenti di Mosé e credevano che i peccatori suscitassero l’ira di Dio. La pena però li minacciava nell’aldiquà, per mano di un giudice, e spesso avveniva, come raccontano in maniera leggendaria le parti più antiche del Vecchio Testamento, che Dio intervenisse direttamente e funestasse i peccatori con la guerra e le epidemie. Una giustizia compensatrice nell’aldilà era sconosciuta anche agli stessi profeti Isaia e Ezechiele, che furono quasi contemporanei di Zarathustra. E pur vero che nelle loro scritture si trova formulata la promessa che i morti sarebbero rinati, ma quella profezia per immagini e metafore annunciava più che altro la resurrezione dello stato di Israele dopo un periodo di decadenza: il loro pensiero era quindi legato all’aldiquà, era di tipo politico. Nella fantasia degli ebrei esisteva soltanto un regno delle ombre dove tutti i morti sarebbero giunti, senza distinzioni tra ricompensa e pena, tra paradiso e inferno. Un tale regno delle ombre era in tutto simile all’ade dei greci. Gli ebrei non conoscevano ancora il diavolo quale potente antagonista di Dio. Nelle scritture bibliche di quel tempo Satana compariva soltanto quale esecutore di Jahvè e spirito della punizione, cioè doveva sempre adempiere al volere del suo supremo signore. Il diavolo non era ancora il demone ostinato che cercava di trionfare su Dio con l’aiuto degli uomini. Inoltre gli ebrei consideravano la storia dell’umanità come un unico susseguirsi di avvenimenti. Non si parlava ancora per loro della prima coppia umana, Adamo (in ebraico: essere umano) e Eva (in ebraico: terra), della svolta drammatica causata dall’apparizione del diavolo, del peccato originale e del divenire storico sulla terra che aveva come meta conclusiva il giudizio universale alla fine dei giorni. Gli ebrei consideravano la storia dell’umanità come un eterno ripetersi di avvenimenti simili, senza uno scopo intrinseco al divenire. Immagini e concetti religiosi degli ebrei di quel tempo non si discostavano molto da quelli degli altri popoli progrediti, dagli indiani ai cinesi ai babilonesi e egiziani fino ai greci e romani. Tre secoli dopo la morte di Zarathustra, gli ebrei pensavano diversamente. Nelle loro scritture bibliche si ritrovavano ormai quelle idee religiose che noi oggi consideriamo essere in tutto e per tutto ebree e, in senso traslato, cristiane, appartenenti alla cultura europea tutta. La diffusione delle idee religiose di Zarathustra venne assicurata dal sorgere di una potenza politica che riuscì a difendere efficacemente la nuova religione contro i suoi oppositori. Solo allora si realizzò per Zarathustra la possibilità di diventare famoso oltre i confini iraniani e di influenzare così in maniera decisiva altre religioni. Questa forza politica stava già formandosi al tempo di Zarathustra stesso: era l’impero dei persiani. Ma gli storici non nascondono i loro dubbi. Soprattutto uno dei più significativi esperti di religioni antico-iraniane, Geo Widengren, nega che i Grandi Re del primo impero persiano abbiano creduto seriamente agli insegnamenti religiosi di Zarathustra. Quei re, più uomini politici che religiosi, avrebbero accettato della nuova religione alcuni precetti dottrinali ma si sarebbero ben guardati dall’entrare in aperto conflitto con le tradizioni esistenti. Un’ennesima questione non risolta quindi. Com’è così frequente per tutto ciò che riguarda la storia dell’antica Persia. Una cosa però è certa: in Iran la dottrina di Zarathustra ha vissuto nel periodo seguente una fase di forte sviluppo.
E ancor più: alcuni principi persiani e alti funzionari favorirono la nuova religione nelle province conquistate, in oriente fino alla valle dell’Indo, a occidente fino alla regione posta tra il Tigri e l’Eufrate, in Asia minore, Siria, Palestina e Egitto. In nessun caso i persiani costrinsero un popolo sottomesso a convertirsi alla religione di Zarathustra, al contrario, essi lasciarono a ciascuno la propria fede. Tutti i sudditi però avevano la possibilità di interessarsi attivamente alla nuova religione. Ciò dovette avere conseguenze imprevedibili e decisive per quel tempo. L’incontro con Zarathustra portò a una svolta religiosa di grande importanza presso uno dei popoli sottomessi: gli ebrei. Gli effetti furono di importanza storica mondiale. Gli ebrei di quel tempo passarono attraverso la più grande crisi della loro storia. Nell’anno 587 a.C. Nabucodonosor re di Babilonia aveva fatto distruggere la capitale ebraica Gerusalemme fino alle mura di cinta e deportato soprattutto uomini di lettere, sacerdoti, funzionari dell’amministrazione, commercianti e soldati nelle regione del Tigri ed Eufrate. Lo stato ebraico non esisteva più, l’intera élite intellettuale, e con lei una parte del popolo, viveva sotto il dominio di governanti stranieri, molto lontano dalla patria nativa. Quell’epoca – che è entrata nella storia col nome di prigionia babilonese – ebbe fine per mano di Ciro, il Grande Re dei persiani; egli fece tornare gli ebrei nella terra dei loro padri dopo aver conquistato il regno babilonese. Ma idee e indirizzi spirituali di coloro che tornarono a casa erano diversi da quelli dei loro diretti antenati: nella loro permanenza in terra straniera erano stati influenzati dall’incontro e scontro con una cultura assolutamente nuova e, per certi versi, affascinante. Messi alla prova da quell’esperienza, profondamente disorientati, i sacerdoti ebrei cominciarono a riflettere intensamente sulle grandi questioni religiose, sul senso dell’esistenza; anche il popolo si mostrava ricettivo a nuovi messaggi profetici. Durante quel periodo storico vennero formulate parti fondamentali del Vecchio Testamento ispirate al patrimonio culturale straniero. Innanzi tutto a Babilonia: da li gli ebrei presero il mito della creazione della prima coppia di uomini dal fango e la leggenda del diluvio. Ma impararono molto anche dai persiani. Come possiamo però dimostrare che gli ebrei furono influenzati proprio dalla dottrina di Zarathustra? A questo riguardo siamo in possesso di un documento illuminante. Si trova nel Vecchio Testamento: il libro di Daniele. Non ne conosciamo gli autori, probabilmente il libro è stato scritto uno o diversi secoli dopo la morte del profeta ebraico. Deve poi trattarsi di una commistione di elementi leggendari e di avvenimenti realmente accaduti; ciononostante possiamo tirare alcune importanti conclusioni dal testo. Se proviamo a seguire la biografia di Daniele – per come la si può ricostruire con l’ausilio della tradizione biblica – ne rimaniamo sorpresi. Daniele visse alla corte del re babilonese Nabucodonosor; era stato destinato a una posizione di rango dagli alti funzionari che avevano avuto il compito di scegliere tra gli ebrei prigionieri i più belli, i più intelligenti e i più capaci per il servizio di corte. Daniele fece carriera a corte grazie alla sua capacità di interpretare in maniera convincente i sogni di Nabucodonosor, e ciò non era poco in un paese in cui dai sogni si leggeva il futuro. Egli diventò addirittura alto funzionario. Quando Ciro conquistò Babilonia, l’esperto di riguardo andò a corte a Susa e diventò per decenni un importante consigliere del Grande Re Dario. Fin qui la sua biografia. Di importanza decisiva sono le parole che gli autori biblici a lui posteriori attribuiscono a Daniele. Nel dodicesimo capitolo del libro che porta il suo nome leggiamo: “E molti, sicché‚ giacciono dormienti sotto la terra, si sveglieranno, certuni per la vita eterna, altri per l’umiliazione e la vergogna eterne… Tu però Daniele (e’ Dio che parla) vai pure finché‚ arriverà la fine; e sii tranquillo, che tu risorgerai nella tua terra alla fine dei giorni”. Frasi simili non si erano mai trovate negli scritti del Vecchio Testamento. Sono pensieri attribuiti a un ebreo al servizio dei persiani e che a Susa ebbe senz’altro contatti quotidiani con seguaci di Zarathustra. Per la prima volta un ebreo annuncia la resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale. Nello stesso libro si legge, per la prima volta, che il divenire storico ha una meta precisa nella fine del tempo: la necessaria scomparsa del nostro mondo imperfetto e l’inizio raggiante di un eterno regno di Dio. Il libro di Daniele dimostra l’influenza della religione di Zarathustra sul pensiero ebraico. Non deve trattarsi certo dell’unico caso. Nel corso del III e II secolo a.C. gli ebrei si appropriarono anche della dottrina degli angeli e dei demoni, di Dio e Satana quali antagonisti universali in questo mondo terreno. Gli ebrei non credettero più che sia il bene quanto il male provenivano in uguale misura da Dio e che in quanto tali dovevano essere accettati. Da quel momento tutto il male era da ascriversi a forze demoniache che operavano da un ben definito regno delle tenebre e contro le quali bisognava opporre un’energica resistenza. Nel II secolo a.C., la religione ebraica si configurava così come Gesù la conobbe. Il Redentore accolse poi diversi aspetti fondamentali di quelle nuove idee. E non solo lui. Seicento anni dopo, Maometto diede vita all’islamismo prendendo le mosse dal patrimonio ebraico e cristiano: anche quest’ultimo predicò che gli uomini erano posti in questo mondo per scegliere tra Dio e Satana; anche lui insegnò la resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale, anche lui annunciò il paradiso quale ricompensa per gli uomini retti e l’inferno come punizione per i peccatori.
E’ un vero paradosso: i segnaci di Zarathustra sono oggi una minoranza in via di sparizione di nemmeno duecentomila fedeli, ma il pensiero del padre fondatore ha collaborato a forgiare tre grandi religioni – i cui segnaci rappresentano più della metà della popolazione mondiale. In Persia si trovano oggi quarantamila seguaci di Zarathustra, un numero insignificante rispetto al totale della popolazione. La maggior parte di loro vive a Teheran e nelle regioni di Kerman e Yasd. Nessun persiano musulmano impedisce loro di raccogliersi attorno al fuoco sacro e di pregare Ahura Mazdah; ai seguaci di Zarathustra è assicurata piena libertà di culto. In questo caso anche gli sciiti fanatici non fanno eccezione, nonostante la loro fama di intolleranti. Secondo i precetti islamici, nessuna religione che insegni la fede in un unico Dio può essere ostacolata. I musulmani riconoscono la fede di Zarathustra come una forma primitiva dell’islamismo e ciò permette ai fedeli di Ahura Mazdah di sopravvivere, almeno fino a oggi, nel loro paese di origine. Al di fuori della Persia i seguaci di Zarathustra sono presenti in un certo numero in India, dove erano fuggiti già nel VII secolo. Là li si nomina parsen, che significa nient’altro che persiani. Il loro centro è la metropoli di Bombay. Essi riuscirono a tramandare il loro credo nella memoria dei posteri in maniera più efficace dei loro fratelli persiani e poterono mantenere le loro tradizioni nella società induista religiosamente tollerante senza essere ostacolati. Non è quindi un caso che proprio a Bombay gli storici europei fecero il primo incontro con la dottrina di Zarathustra. Il numero dei parsen si limita a centotrentamila persone circa. Se a loro si aggiungono i persiani, si arriva a un totale di circa centosettantamila credenti che sono rimasti fedeli a questa religione un tempo così importante. La fede di Zarathustra non è mai diventata una religione universale. Ma non ha neppure mai tentato di diventarlo. Sulla base delle notizie in nostro possesso bisogna supporre che i suoi seguaci non abbiano mai sentito l’esigenza di predicare da missionari ai popoli stranieri. “Andate nel mondo…”, questo comandamento di Gesù, che Maometto ha ripreso in forma analoga, manca ai seguaci di Zarathustra. Essi si comportarono come gli ebrei a cui bastava costatare che la fede nell’unico dio fosse ben radicata nel popolo eletto. Gli imperatori antico-persiani hanno favorito questa autolimitazione, reputavano fosse meglio lasciare agli altri popoli la loro religione, anche solo per amore di pace politica. Per questo sia pur non ultimo motivo la religione di Zarathustra dovette ben presto perdere la sua influenza appena il potere della chiesa di stato venne spezzato dai musulmani. La scoperta di Zarathustra da parte della cultura europea iniziò nell’anno 1771. A quel tempo lo storico francese di religioni nonché‚ orientalista Abraham Anquetil-Duperon conobbe a Bombay i parsen e si imbatté‚ in qualcosa di più importante ancora: la loro bibbia, l’Avesta. Più precisamente: quegli importanti frammenti che erano rimasti dopo secoli di lotte religiose e politiche. Portò con sé‚ un esemplare a Parigi e lo tradusse in francese. Fu un’impresa pionieristica che fece scalpore; già cinque anni dopo era disponibile una traduzione tedesca, tanto era l’interesse che aveva suscitato negli specialisti e nel pubblico colto di lettori oltre il Reno. Non fu affatto un caso che ciò avvenne nel secolo dell’illuminismo. A quel tempo, nella seconda metà del XVIII secolo, poeti, filosofi e scienziati riuscirono a liberarsi dalla tutela della chiesa e fecero ogni sforzo per conoscere, al di là dei pregiudizi, altre culture, anche altre religioni. Gli illuministi amavano la tolleranza e condannavano i gretti dogmatici che accettavano esclusivamente ciò che non contrastava col pensiero ereditato dal passato. In quegli anni Lessing scrisse il suo dramma borghese sulla tolleranza Nathan il saggio (1779) in cui invitava alla comprensione per quelle religioni fino ad allora considerate nemiche del cristianesimo come l’ebraismo e l’islamismo; egli relativizzò in maniera efficace, con l’arma della metafora, il concetto di verità assoluta. Nella borghesia colta regnava un clima di apertura al nuovo e di attenzione per quelle religioni fino ad allora sconosciute. Mozart introdusse Zarathustra nella veste di supremo sacerdote e mago Sarastro nel suo Flauto magico; Goethe si occupò del profeta iraniano nel suo Divano occidentale-orientale (vedi: Hafiz). L’importanza decisiva di Zarathustra rimase però ancora a lungo sconosciuta ad una più vasta cerchia di lettori; molti lo consideravano nel migliore dei casi un profeta messo in ombra dai padri fondatori di religioni seguenti, un uomo cioè sorpassato inesorabilmente dal corso degli eventi storici. Questa opinione non cambiò sostanzialmente neppure nel XIX secolo quando sempre più orientalisti si diressero in Persia e in India raccogliendo nuove copie dell’Avesta, traducendole, commentandole e comparandone criticamente le rispettive differenze. Fu così che si rivelò interamente ai ricercatori come la dottrina di Zarathustra anticipasse alcuni concetti che fino ad allora erano stati attribuiti all’ebraismo e al cristianesimo. I risultati di quelle ricerche incontrarono una vasta resistenza in larghi strati della popolazione. Gli scienziati si scontravano contro un tabù: essi osavano affermare che il cristianesimo derivava i contenuti della sua dottrina non solo da Gesù Cristo e dai profeti dell’Antico Testamento, ma anche dal padre di una religione che apparteneva ad una cultura completamente estranea. Doveva forse voler dire che la fede cristiana era stata prodotta, in maniera contraddittoria e progressiva, dagli uomini stessi come tutta la loro cultura, e non proveniva quindi direttamente da Dio come verità assoluta? La conclusione era logicamente ipotizzabile. Proprio per questo la scoperta di Zarathustra suonò per l’occidente cristiano come una sfida, per molti significò un inaccettabile provocazione. Il grande provocatore fu Friedrich Nietzsche. Negli anni ottanta del XIX secolo fece comparire Zarathustra nel titolo della sua opera principale Also sprach Zarathustra (Così parlò Zarathustra). Nietzsche ha preso quel titolo dall’Avesta dei parsen indiani in cui importanti concetti dottrinali venivano introdotti da quell’espressione ricorrente. A Nietzsche riuscì ciò che nessuno storico delle religioni aveva ottenuto: far conoscere a un vasto pubblico il nome di Zarathustra. La cosa è abbastanza paradossale dato che il testo (pubblicato per la prima volta nel 1892 in una raccolta di opere di Nietzsche in quattro volumi) non ha niente in comune con il vero insegnamento dottrinale del padre della religione antico-iraniana. Nietzsche vedeva in Zarathustra uno dei più grandi geni della storia religiosa, si, il profeta che aveva tracciato le coordinate spirituali secondo le quali noi, ancora oggi, viviamo. Secondo Nietzsche però, ciò che di nuovo Zarathustra aveva portato nel mondo era “un errore gigantesco” che doveva essere retroattivamente abrogato. Nietzsche scelse la figura del profeta per la sua opera principale con l’intento di poter dimostrare quello che per lui era “il grande ritorno”. Il personaggio di Zarathustra da lui inventato si ritira di nuovo in solitudine per riconoscere e smascherare come inganno la sua stessa geniale creazione – cioè la fede nella lotta universale tra bene e male, nell’aldilà dotato di giustizia compensatrice e nella metafisica in senso lato. Zarathustra diventa il simbolo dell’uomo creativo che distrugge proprio ciò che ha creato per produrre ulteriormente qualcosa di nuovo – e il nuovo, un giorno, non reggerà più al suo accanito bisogno di conoscenza e verrà nuovamente superato. Tutto scorre, non esiste verità assoluta, esistono solo il divenire e la transitorietà dei prodotti della conoscenza; questa concezione che un tempo era insegnata dal filosofo greco Eraclito, diventa nell’opera di Nietzsche l’elemento centrale. Zarathustra negli scritti di Nietzsche è stato trasformato proprio nel contrario di ciò che era in origine: non tanto un uomo che si sentiva legato a un ordine metafisico bensì l’uomo che, senza più illusioni, afferma “il nulla” e riesce a crearsi degli ordini nuovi solo grazie alla sua “giocosa” fantasia – ben sapendo quanto siano transitori. Fino a oggi questo Zarathustra, cosi come lo caratterizzò Nietzsche, ci è ben più familiare di come fu in realtà. Nonostante tutta la parzialità della sua interpretazione, nonostante la veemenza con cui è rifiutato il vero Zarathustra, una cosa è ormai evidente grazie anche a Nietzsche: come sia sempre stato sottovalutato il patrimonio di pensiero dell’antica Persia tramandato all’occidente.

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Avviso : Nuovi aggiornamenti martedì, Ago 8 2006 

Come promesso, eccomi qui ad aggiornarvi sulla vita del Blog durante Agosto. La chiusura dell’ufficio è quasi terminata (finisco venerdì), ma poi mi prenderò un dovuto periodo vacanziero.

L’analisi dei vangeli ricomincerà da Settembre (intorno al 4) mentre per il resto di Agosto credo che aggiornerò il Blog con qualche articolo interessante della grande rete, oppure con qualche articolo scritto da me.

Di nuovo buone vacanze a tutti e a presto con il continuo del Vangelo secondo Z3RØ

Avviso ai lettori sabato, Ago 5 2006 

Causa lavoro (ho la chiusura burocratica dell’ufficio Notarile in cui lavoro), sono costretto a fermare il Blog ancora per qualche giorno.

Se non mi si presenterà l’occasione di una vacanza credo che riprenderò l’aggiornamento la prossima settimana, altrimenti rimando il tutto a settembre.

Comunicherò in ogni caso quando riprenderanno gli aggiornamenti. Nel frattempo auguro buone vacanze a tutti.

Analisi finale del Vangelo secondo Matteo martedì, Ago 1 2006 

The story so far…

Il Vangelo di Matteo è il primo dei 3 Sinottici, seguito da quello di Marco e poi quello di Luca. Cosa sono i “Vangeli Sinottici”? Sono 3 dei 4 Vangeli Canonici che si assomigliano per narrazione ed eventi, a volte riportando gli stessi identici passi. La parola “sinottico” deriva dal Greco e significa “visione d’insieme”.
I tre Vangeli Sinottici sono quindi molto simili tra loro ed è lecito dedurre che abbiano avuto una stessa fonte comune dalla quale hanno attinto per essere redatti. Vi sono svariate ipotesi, e la più credibile risulta essere quella della fonte Q, ovvero una fonte a noi non pervenuta, che raccoglieva i vari detti ed i vari eventi associati al Messia. Il perchè questa fonte non sia giunta a noi è presto detto : la fonte Q era orale, come la maggiorparte delle leggende e dei miti tramandati dal popolo Ebraico prima dell’esilio Babilonese a seguito del quale fu costruito ad arte il Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia). Dalla fonte Q nacque il Vangelo secondo Marco, molto stringato e riportante solo gli eventi importanti della storia del Messia, privo di natività. Da quello di Marco venne estrapolato il Vangelo di Matteo, completato con l’aggiunta di una natività durante il secondo secolo DC.

Il Vangelo secondo Matteo e lo stile letterario

Il Vangelo secondo Matteo si presenta come uno dei più lunghi, composto di 28 capitoli, pareggiato solo dal Vangelo secondo Giovanni. Pur essendo il più lungo dei sinottici è colmo di imprecisazioni, di dettagli lasciati nel vago, e di eventi a volte molto scollegati fra loro. La lettura scorre fluida soltanto all’interno dei singoli capitoli, mentre risulta spezzata e discontinua seguendo il susseguirsi degli stessi. Addirittura sorgono alcuni casi ove l’omissione di un intero capitolo, o di una porzione di esso, non rovina assolutamente il senso del discorso.
Questa particolare discontinuità e incongruenza, che è insita nel Vangelo, è spiegata dal fatto che lo stesso è stato assemblato prendendo vari eventi, narrati singolarmente, e legandoli tra di loro con una trama del tutto inventata. Cercando di dare un ordine cronologico a degli eventi non legati fra di loro, il redattore del Vangelo è incappato in vari errori di incongruenza, alcuni ai limiti dell’ilarità (come ad esempio l’episodio del fico senza frutti). Se aggiungiamo il particolare dell’aggiunta della natività, per altro assolutamente diversa da quella di Luca, possiamo ammettere che questo Vangelo è tutt’altro che un opera continua e biografica della vita di Gesù, ma che è una raccolta malcostruita di detti e di vicende scollegate tra loro.

Il Vangelo di Matteo e la Rivoluzione

Il contenuto del Vangelo è chiaramente di ispirazione rivoluzionaria. L’intero Vangelo è una propaganda degli estremisti esseno-zeloti ai danni del Sinedrio e di Roma, i quali, secondo i rivoluzionari, erano colpevoli dell’aver macchiato la purezza del popolo Ebraico. Più precisamente la rivoluzione nacque per rimettere sul trono d’Israele la famiglia degli Asmonei, diretti antagonisti della famiglia Erodiana che aveva ricevuto da Roma la legale reggenza del Regno.
Il Vangelo trasforma la propaganda Zelota del nuovo Regno di Israele, un regno libero dall’influenza Romana / Erodiana e dai “traditori” del Sinedrio, nella lieta novella del Regno dei Cieli. Questo non per nascondere gli eventi dell’epoca ma perchè il gruppo rivoluzionario Zelota era coadiuvato da una controparte Essena che aveva prodotto questa nuova dottrina Messianica, atta a spodestare il regime religioso del Sinedrio. Se da un lato pratico abbiamo gli Zeloti di Giuda il Galileo, pronti ad attaccare la legione Romana di stanza a Gerusalemme, dall’altra abbiamo la nuova dottrina del Regno dei Cieli, che andava a lottare a colpi teologici contro la Legge del Tempio. Il fallimento della rivoluzione Zelota non ha però fermato la nuova dottrina Messianica che aveva ormai preso radici anche in regioni esterne alla Palestina, quali la Siria. In questi nuovi paesi ha trovato nuova linfa vitale e si è poi trasformata, dopo una gestazione di 3 secoli, nel Cristianesimo che, bene o male, conosciamo oggi.
I veri insegnamenti di questo Gesù, atti a coadiuvare la rivoluzione Zelota, si sono così trasformati, nel tempo, assumendo i significati che gli si danno oggi giorno. Questi cambiamenti nacquero dalla necessità dei teologi di dare una motivazione al mancato avverarsi delle profezie di Gesù, profezie non avveratesi in quanto la rivoluzione e la “venuta del Regno” fall’.

Il Vangelo secondo Matteo e le Profezie

Dato che gli episodi orali che hanno creato il vangelo di Matteo erano nati in Palestina, notiamo come molti di essi si rifacciano alle profezie della Bibbia, per identificare il loro Messia. Se questo citare le profezie dovrebbe dare più credibilità al testo, in realtà la loro presenza lo scredita soltanto. Le profezie citate sono incomplete, prese a caso e il più delle volte citate come giustificazione. Questo perchè una parte della nuova dottrina messianca di Gesù nacque tra la gente povera, tra i nomadi ed i pastori che vivevano al di fuori delle grandi città, e che dunque non avevano la conoscenza adatta a creare una dottrina credibile. Una volta che questi “miti del messia” popolare sono entrati in contatto con la dottrina Zelota del “messia uomo”, che avrebbe guidato i rivoluzionari alla vittoria in nome di dio, ecco nascere Gesù e la sua vicenda.

In conclusione

Il Vangelo secondo Matteo mi è risultato impreciso nei racconti, poco credibile e troppo legato alla vicenda rivoluzionaria per poterlo accettare come fonte storica attendibile.