Paolo di Tarso : La mente, dietro al braccio degli Evangelisti Lunedì, Gen 15 2007
Non solo Esegesi and Ricerca Storica 7:19 pm
Paolo, o meglio Shaul/Saulo di Tarso (Shaul/Saulo in origine), secondo la tradizione, nasce a Tarso, in Cilicia, tra il 5 e il 10 d.C. Paolo è una figura misteriosa e contradditoria: misteriosa perchè sappiamo ben poco di lui come figura storica, e contradditoria perchè viene descritto come il più grande apostolo di Gesù pur sapendo, ormai, che Gesù non voleva assolutamente aprire la sua ideologia ai gentili, cosa che Paolo fece in netto contrasto con il messianismo giudaico. Canonizzato come San Paolo Apostolo, è relegato a figura marginale nel complesso narrativo Evangelico, apparendo solo negli Atti e nelle Epistole, mascherato da Apostolo per vocazione, quasi a nascondere il suo reale ruolo di ideatore e fondatore del Cristianesimo. Sempre secondo la tradizione, dopo innumerevoli viaggi per il Medio Oriente, predicando la lieta novella del Signore, morì martire a Roma nel 67, dopo due anni di prigionia.
Della sua vita abbiamo pochi dettagli provenienti da fonti non attendibili o addirittura sconosciute, che ci sono state fornite soprattutto dai Padri della Chiesa. In particolare San Girolamo ci riferisce che i suoi genitori erano originari della piccola città di Gischala in Galilea, il padre era commerciante di tende e che essi si trasferirono con il piccolo, a Tarso quando i Romani conquistarono la città. Tarso era a quel tempo una città cosmopolita, dove vi era una fiorente comunità ebraica e, come disposto prima da Marco Antonio e successivamente dall’imperatore Augusto, i suoi abitanti avevano il diritto di ottenere cittadinanza romana. Saulo, come tutti i veri ebrei, ereditò il mestiere del padre, ovvero commerciare tende (probabilmente tende per le legioni romane o comunque per i ricchi patrizi), e fu probabilmente questo, unito al fatto di essere anche un benestante e colto cittadino romano sempre in viaggio per lavoro, ad averlo messo in contatto con molti ambienti, sia ebraici che greco-romani, e che quindi lo abbia invischiato nelle questioni giudaico-messianiche. E’ quindi possibile che i suoi famosi viaggi non siano stati fatti per una vocazione messianica, ma che piuttosto Saulo abbia approfittato della circostanza per svolgere anche un suo personale progetto politico-religioso, e quindi prettamente teocratico visto che politica e religione, nel mondo semitico, erano legati in modo indissolubile. Una volta entrato in contatto con il messianismo-giudaico, Paolo divenne sempre più legato ad esso, essendo fondamentalmente ebreo, ma sempre mantenendo un certo distacco dalla controparte rivoluzionaria del movimento. Oltre ad essere ebreo era anche cittadino Romano, e questa sua dualità fu la causa di un evento inaspettato: Paolo decise di esportare le teologie messianiche, rielaborandole, al mondo dei gentili. Paolo capì che il moviemento giudaico-messianico sarebbe stato definitivamente distrutto se le cose fossero continuate con quella forte condotta nazionalista e con l’esplicita convinzione che quella teologia fosse destinata solo e soltanto agli Ebrei. Fu questa la vera conversione di Paolo, che iniziò a modificare la dottrina messianica, costruendo un Gesù divinizzato molto più in sintonia con i Soter Ellenici, proprio per poter proporre la dottrina messianica, a lui cara in quanto Ebreo, ai cittadini Romani, a lui cari in quanto mercante e cittadino Romano egli stesso. Gli stessi Atti degli Apostoli, pur essendo stati redatti per promulgare il suo nuovo neo-cristianesimo, finiscono per mostrarci il grave conflitto che era in atto tra la corrente giudaica e la sua corrente riformista aperta anche ai gentili.
Usando le parole di David Donnini “Paolo preferì offrire un’alternativa all’idea della salvezza nazional-religiosa (questa fu la sostanza reale della sua conversione) e si adoperò per creare un messianismo più convincente di quello che, pur solleticando l’orgoglio etnico, che è il tratto distintivo di ogni ebreo, metteva tutti quanti di fronte al timore (poi confermato dalle vicende della guerra degli anni 66-70) che i romani ricorressero alla soluzione definitiva e che Israele precipitasse nella più sventurata delle catastrofi”
Donnini continua spiegandoci che questa riforma di Paolo, ai danni del messianismo giudaico, ha portato alla nascita del Cristianesimo come lo vediamo oggi. Il Gesù divino, apolitico e pacifista, la colpevolezza degli Ebrei per la sua morte, l’eucarestia, la resurrezione, e via dicendo, sono tutte dottrine inserite da Paolo nella sua nuova catechese de-giudaizzante aperta ai Gentili. Difatti ogni cristiano crede fermamente nella tradizionale immagine evangelica di un Gesù che predica amore, pace, perdono, non violenza, e considerano la vicenda del processo, della condanna e della esecuzione romana mediante crocifissione come un clamoroso equivoco giudiziario, da cui Pilato, vittima dei raggiri dei sacerdoti del tempio, esce praticamente scagionato, e con lui tutti i romani. Quando leggiamo i Vangeli non abbiamo davanti agli occhi l’immagine storica di Gesù Cristo, bensì l’immagine costruita artificialmente dalla revisione paolina come base della catechesi neocristiana. I Vangeli sono il manifesto antimessianista che ci mostra, non le idee di Gesù, ma le idee di Paolo e dei suoi seguaci, ovverosia di colui che è stato fra i nemici più accaniti del Cristo storico e che non si è affatto convertito ma che, in un secondo tempo, ha convertito l’ideale di Cristo, appartenente al pensiero giudaico più radicale, in una filosofia extragiudaica.
Tornando a Paolo come figura storica, la sua stessa morte come martire è ormai diventata storicamente inaccettabile. Uno studio storiografico degli atti degli apostoli ha portato alla luce fatti molto interessanti ed ha permesso di ricostruire un quadro della vita di Paolo molto più attendibile, come descritto da questo estratto di Wikipedia:
Durante i suoi viaggi, Paolo di Tarso aveva fatto tappa nelle città di Filippi e Salonicco, in entrambe le località rimediando l’accusa di esercizio della magia da parte dei capi delle comunità ebraiche alle autorità romane, le quali non dettero seguito alla denuncia. Anche a Corinto, venne portato in giudizio da Sostene, capo della comunità israelita corinzia, per rispondere delle accuse di “religione non permessa”. Infatti i culti doveveno essere riconosciuti dai Romani per essere “legali” ed il suo neo-cristianesimo non rientrava in questa lista: dicevano infatti «Costui persuade la gente a rendere un culto a Dio in modo contrario alla legge» (At 18,13). Il proconsole Junio Anneo Gallio si rifiutò di procedere ritenendo che la giustizia romana non fosse interessata a questioni puramente religiose (At 18,12-17). Gli Atti aggiungono che il capo della sinagoga venne malmenato dal popolo che reclamava attenzione: «Allora tutti afferrarono Sòstene, capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale, ma Gallione non si curava affatto di tutto ciò.» (At 18,17). Forte della protezione delle leggi di Roma, Paolo era tornato a Gerusalemme nel 58 e, contro il parere dei capi della comunità cristiana, si era recato nel tempio ebraico per predicare, scatenando la prevedibile reazione degli ebrei. Paolo sarebbe stato, quindi, non arrestato, ma salvato a stento dalla lapidazione dal pronto intervento dei soldati romani, agli ordini del tribuno Claudio Lissa, i quali portarono al sicuro l’apostolo, incalzati dalla folla inferocita che gridava «ammazzalo, ammazzalo!». Il racconto degli Atti degli Apostoli parla sì di arresto, ma fa chiaramente intendere che fu in effetti un salvataggio in extremis (At 21,27-36).
Il tribuno Lissa convocò il sinedrio, ma non si ritenne in grado di prendere una decisione. Tuttavia, avuta notizia che si stava preparando un colpo di mano per eliminare Paolo, probabilmente allo scopo di evitare altri disordini, lo fece accompagnare con una scorta di protezione (duecento fanti, duecento arcieri e settanta cavalieri) a Cesarea, sede del governatore Antonio Felice e della più importante guarnigione romana in Giudea. Anche il governatore rimandò la decisione, ma fece restare Paolo all’interno del castrum in “custodia militaris“, ovvero sotto protezione. Secondo l’ordinamento Romano, la custodia militaris era una misura ben diversa dalla “custodia publica” (ovvero l’arresto) e lasciava la possibilità al “custodito”, di ricevere chiunque volesse e condurre una vita pressoché normale, certo con il divieto di lasciare la città. Ma, è facile dedurre, che in tale situazione Paolo neppure si sarebbe sognato di contravvenire al divieto. Rimase in questa condizione per due anni. Ad una sola settimana dal suo insediamento, il nuovo governatore decise di risolvere la situazione riconvocando il sinedrio e, ascoltata la richiesta di condanna a morte, esternò la propria incompetenza giuridica: «Se si trattasse di qualche ingiustizia o di qualche malvagia azione, io vi ascolterei come di ragione, o Ebrei. Ma si tratta di discussioni su una parola, su dei nomi e sulla vostra legge: io non voglio dover giudicare di cose come queste.»(At 25, 18-20; 18, 14-15)
In teoria aveva dato ragione a Paolo, ma in pratica la liberazione l’avrebbe esposto alla vendetta dei Giudei. D’altro canto mantenerlo all’infinito in “custodia militaris” significava ammettere implicitamente l’inefficacia dell’autorità di Roma. A trarre d’impaccio il governatore è Paolo stesso che, nella sua qualità di cittadino romano si appella al giudizio dell’imperatore Nerone. Occorre precisare che, pochi anni prima (57), Paolo aveva definito l’imperatore “autorità istituita da Dio”, raccomandandone l’obbedienza ai cristiani dell’Urbe (Paolo, Epistola ai Romani 13,1-2). L’apostolo viene dunque imbarcato nel porto militare di Cesarea e scortato a Roma dal centurione Giulio. Qui giunto nel 60, in attesa del giudizio imperiale viene posto agli “arresti domiciliari”, da dove tuttavia poté predicare in assoluta libertà e senza ostacoli (Atti degli apostoli 21, 27-36). Infine, nel 62, venne giudicato dal tribunale di Roma presieduto dal “prefectus urbis“ Afranio Burro, stretto consigliere di Nerone, ed assolto.
Abile manipolatore della storia? Padre mistificatore del cristianesimo? Salvatore di una teologia destinata a scomparire a causa del suo zelo nazionalista? La vera faccia di Paolo di Tarso non verrà mai alla luce, e ancora meno le sue reali motivazioni nell’aver reinventato il messianismo giudaico. La tradizione ci passa l’immagine di un omino storpio, in preda a crisi epilettiche tramite le quali avrebbe “visto Gesù comandargli di portare il suo Vangelo nel mondo intero”, mentre la storia ci propone una persona molto più calcolatrice e dedita al profitto, quale un mercante Ebreo/Romano avrebbe potuto essere.
Fatto sta che oggi, aprendo il Vangelo, non leggiamo di Gesù, ma leggiamo le idee di Paolo, belle o brutte che siano. Una sola domanda rimane : è giusto mentire e mistificare per perseguire un ideale, seppure di pace e amore?
Gennaio 23, 2007 alle 8:39 pm
…no, anche perchè l’ideale di “pace e amore” è funzionale ad ammantare di bontà realtà di potere piuttosto discutibili (almeno è il mio fabblibile parere…
Comunque, appurato il fatto che Saulo rappresenti il passaggio da un messianismo politico nazionalista a un culto religioso internazionalista e (almeno in apparenza) scevro da qualsiasi mira in “questo mondo”, è interessante ciò che da questa tesi può scaturire. Infatti l’isterico d’Anatolia si potrebbe prestare a essere visto sotto due ottiche opposte:
- come convertitore di tensione che vuole offrire un’alternativa all’opposizione antiromana, nel timore di una “soluzione finale” da parte dell’impero, oppure nel tentativo, forse, di allargare il bacino d’utenza di tali umori a masse non esclusivamente ebraiche;
- o come, mi si perdoni la definizione, “agente romano”, cittadino dell’impero, ma di origine ebraica, inviato per annacquare il livore antiromano fonte di enormi beghe ai dominanti.
In entrambi i casi inoltre, che sia Saulo la personificazione letteraria di un “processo”? (anche Donnini si pone questo dubbio).
Che ne pensi? (se ho scritto cazzate, bannami seduta stante…
Gennaio 23, 2007 alle 9:19 pm
L’esistenza storica di Paolo di Tarso è come quella del suo personaggio Gesù Evangelico, ovvero non storicamente provabile.
A mio avviso è molto più probabile che non sia esistito UN Paolo di Tarso, ma piuttosto una congreda di PIU’ Paolo di Tarso che, messisi insieme, hanno poi pianificato e completato un progetto teologico di immensa portata come il neo-cristianesimo.
Trovo questa mia ipotesi molto più attendibile di quella di un uomo solo che riesce a creare una religione che è poi diventata di stato. Può essere addirittura che questo neo-cristianesimo non fosse altro che un nuovo movimento messianico slacciatosi da quello originale, piuttosto che un piano di assorbimento religioso per creare una nuova teologia.
Difficile trovare una tesi più plausibile di un’altra…
Gennaio 25, 2007 alle 12:52 pm
…concordo. Il fatto veramente importante è che anche quella “ufficiale” è una tesi, e forse tra quelle più tendenziose
Sull’accociazione a delinquere dei “paoli” trovo la tua ipotesi parecchio verosimile.
Novembre 18, 2007 alle 7:33 pm
Inanzitutto ciao a tutti….!!!!!!!:):):)
concordo con tutti questi fatti… bye bye saluto ttt…!!!!!!!!!
By @le
Novembre 23, 2007 alle 10:28 pm
Secondo me è del tutto improbabile qualsiasi ipotesi sulla verità storica. Anche su Omero sorsero dubbi. E’ chiamato apostolo dei gentili per qualche motivo, eh… Non a caso… Comunque, il Gesù di Paolo (o meno) non istiga a delinquere, perciç non si può criminaliozzare troppo questo Paolo.
Febbraio 4, 2008 alle 5:19 pm
cito:”Gesù non voleva assolutamente aprire la sua ideologia ai gentili”.
Mi sembra una lettura imtegralista di Mt 15,21-27.E Mt 15,28? come si spiega, se non con un’apertura?
E come si concilia con Mt 28, 19 (”Andate e ammaestrate TUTTE LE NAZIONI”)?
Quando parla del prossimo ( chi è il mio prossimo? ), non si parla di figli d’Israele, ma la cosa si estende a tutti.Volete che continui?
Non sembra giustificata quella frase nel vostro testo…
edo
Febbraio 20, 2008 alle 9:11 pm
Secondo me i vangeli anticipano la figura di Paolo di Tarso quando parlano dell’indemoniato di Gerasa che Gesù guarisce, scacciando i demoni, mandandoli nei porci che precipitano dal dirupo, anticipandoci così anche la caduta dell’impero romano (legione). Poi Gesù lo invia a raccontare quello che gli ha fatto per lui, come poi effettivamente Paolo fa raccontandolo nelle sue lettere.